Taglia al testa la gallo se ti becca nella schiena, Ivan Graziani

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Taglia la testa al gallo se…

22 Feb , 2015    Autore:   

Ivan Graziani al primo anno di Università, stavo in casa con uno splendido aquilano, nu quarano di nome Ezio, era un settantone munito di pantaloni a zampa d’ordinanza che mi avvicinò ad un certo tipo di musica italiana: Pfm, Banco e tutto il prog anni Settanta, probabilmente una delle migliori stagioni della nostra musica. (Illustrazioni di Francesco Colafella)

Io venivo da ascolti molto stranieroidi tipo Nirvana et similia, Afterhours e qualche sporadico cantautore italiano, il prog-metal dei Dream Theather (che dio mi perdoni!), Iron Maiden e Angra, e i sacrosanti Pink Floyd, accompagnati dal duo Hendrix & Zeppelin. A questi ascolti si sovrappose il cassettone di legno tarlato pieno di audiocassette del buon Ezio, dotato di fratello più grande e fautore della sua iniziazione musicale: il sapore di quegli album ce li ho ancora in bocca e complice l’età selvaggiamente curiosa, in quell’anno mi abbuffai di sonorità italiane degli anni Settanta, e quell’epifania me la porto ancora dentro, insieme ai testi di Ivan Graziani (e al buon Ezio).

Al tempo di Ezio e le sue ciocie sfondate e puzzolenti, nella mia testa picchiava ossessivo e rockettaro questo ritornello cantato in italiano “taglia la testa al gallo se ti becca nella schiena, taglia la testa al gallo se ti beeeccaaa”. Ripetevo fino alla nausea queste due strofe, in cui il rock aveva un non meglio specificato sapore contadino, e l’immagine del gallo barzotto era carica di energia sovversiva e di semplicità: qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, per il me stesso ventenne. Quelle parole sembravano uno scherzo ma in realtà avevano una forza evocativa incommensurabile per il coglione-ventenne-che-ero. Ora, elevatomi al rango di essere mediamente senziente (che bello!), penso che la forza di quel brano stia nel parlare a noi e di noi, del nostro essere italiani e provinciali, nel bene e nel male.

Da quel giorno Graziani è stato una di quelle spalle su cui piangere e/o una di quelle storie da sentirsi narrare a bocca aperta. Non posso dimenticare i miei occhi assonnati odorare il caffè e spalancarsi di dolcezza sulle note di “Agnese dolce Agnese color di cioccolata”, dotata dal me postumo di un significato denso di implicazioni personali e fidanzatesche. Successe un giorno, infatti, che la canzone “Agnese” girava sul disco compatto (compact disc per gli americani) della macchina dei miei parens (cit. Alex D.). E cosa c’è di strano? Apparentemente nulla: la pioggia accordava i suoi tempi dispari con il flusso sonoro delle fresche e dolci acque delle sorgenti del Pescara, Graziani e il suo clavicembalo iniziavano la lode ad Agnese e l’umidità risaliva dalla terra sotto forma di fine nebbiolina che sfocava i contorni. Questa immagine me la porto dentro, la ricordo perfettamente, nonostante la mia memoria fracica. Le sensazioni di quell’istante furono profondamente mie e la persona che avevo accanto era su quell’altro mondo, quello suo, forse perché era solo una fan di Battisti, forse perché certe cose o si colgono al volo e ci si entra dentro insieme, oppure ciccia, perchè a spiegarle perdono di valore. In ogni modo, io Battisti al tempo me lo scagavo tranquillamente e lei non capì mai l’immenso Graziani, già mio vecchio amico, all’epoca. Ah, se avessi scoperto Anima Latina qualche anno prima, magari staremmo ancora insieme, ahinoi!

“Un disegnatore è libero di fare quello che vuole, mentre un cantante è sempre nelle mani di troppa gente” disse un giorno Graziani parlando della sua attività di fumettista/disegnatore. Un disegnatore cercherà sempre un’immagine da buttare fuori, pena la morte, e non dovrà mai aver a che fare con i fan di Battisti, gli rispondo io che, a trentanni suonati, oltre a parlare da solo, penso di essere amico di uno che non ho mai visto di persona.

 

illustrazione di Francesco Colafella

Illustrazione di Francesco Colafella


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