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Castelbasso 2014 o la storia di una collettiva e di un’antologica.

18 Lug , 2014  

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Due mostre. Una collettiva e un’antologica. L’una a palazzo De Sanctis, l’altra a Palazzo Clemente. Da una parte gli artisti della Roma anni ’60, dall’altra Alberto di Fabio.

Sono gli anni ‘60, a Roma gli artisti si ritrovano a Piazza del Popolo, al caffè Rosati, e c’è un vero clima di cambiamento. Franco Angeli, Nanni Balestrini, Umberto Bignardi, Mario Ceroli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis, Sergio Lombardo, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Gino Marotta, Fabio Mauri, Pino Pascali, Mimmo Rotella, Salvatore Scarpitta, Mario Schifano, Cesare Tacchi, Cy Twombly e Giuseppe Uncini, ecco gli artisti in mostra, ecco gli artisti che hanno trasformato l’arte in Italia e che hanno trovato sia nella pittura che nei materiali extra pittorici (legno, cemento, metacrilici, plastica, ecc.) il mezzo per raccontarci una loro visione del mondo. A questo serve l’arte! No?

Prima considerazione: guardando alcune opere in mostra (Schifano, Festa, Angeli, Rotella) non cadiamo nell’errore di definirle pop e basta… Non è così! Se in America Warhol svuota le immagini del loro significato (attraverso le ripetizione in serie), in Italia questi artisti lavorano traghettati dal desiderio di raccontare il reale attraverso nuovi codici e non facendosene solo beffa. Pop sta per popular, ma non indica un’arte che è per il popolo, bensì un’arte che prende in giro la massa, l’uomo moderno e il consumismo (ricordate i famosi barattoli di zuppa Campbell’s di Warhol?). E’ estremamente vero che gli artisti della Roma anni ‘60 furono influenzati dalle novità degli artisti americani che in quegli anni arrivavano in Italia (importantissima fu la Biennale di Venezia del 1964, in cui esposero, tra gli atri, Warhol, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Jim Dine e Claes Oldenburg), ma è anche vero che riuscirono a ottenere formule artistiche uniche ed autentiche. Tutti alla ricerca di un nuovo linguaggio, di un segno unico e/o primordiale, della spettacolarità. Monocromi, schermi, foreste, animali, manifesti, simboli di una storia antica, politici, cantanti, attrici, segni geometrici, sgocciolature, citazioni, e ancora, tele, video, installazioni, de-collagès, collages, pitture, fotografie, poesie: in questa mostra c’è davvero molto, in questa mostra c’è l’arte, in questa mostra c’è la storia!

Seconda considerazione (più personale dell’altra): a questo punto farei un torto a qualcuno se mi soffermassi su un artista piuttosto che su un altro? No! Allora ho deciso che in un’epoca in cui si parla tanto di quote rosa e di pari opportunità, dedicherò le battute mancanti di questo breve testo all’unica pittrice in mostra: Giosetta Fiorini (Roma, classe 1932). Il mio è un “omaggio” a colei che ha creato con la sua arte un vero e proprio universo familiare e sentimentale, e che ha concepito l’arte come unica possibilità di sopravvivenza. La Fioroni, ancora attiva nel panorama artistico, nel suo percorso poetico ha scandagliato i volti tratti dalle riviste o dalle immagini cinematografiche, gli oggetti e gli elementi della vita quotidiana non tralasciando mai il disegno. Afferma: <<La mia arte è ancorata alla storia dell’arte, alla tradizione. Nei miei quadri c’è la manualità della pittura, il legame a uno spazio metafisico. È una pittura volutamente a-ideologica. Soprattutto, inseguo un racconto, una narratività. Eravamo coetanei del Pop, ma profondamente lontani da quella cultura.>> [1]

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 Il seducente volto dell’attrice Elsa Martinelli

Una sua opera in mostra è Liberty (1965, Collezione Jacorossi) in cui emerge il seducente volto dell’attrice Elsa Martinelli che sfonda nel cinema dal 1954 e che, nel 1959, recita nel film La notte brava ispirato al romanzo Ragazzi di vita (1955), sceneggiato da Pasolini. Proprio a Pasolini è ispirata l’altra opera Soldato che piange (1962/63, Collezione Alessandra e Paolo Barillari). Di lui dice: <<L’ho incontrato poche volte, era amico soprattutto di Goffredo (Goffredo Parise è il marito della Fioroni): lo apprezzavo come poeta, ma c’era qualcosa in lui che mi teneva lontana. Ci davamo del lei. Era il 1975 e uscimmo a cena noi tre. La mattina dopo Goffredo e io saremmo partiti per New York. Ricordo ancora com’era vestito, quei jeans aderenti che segnavano il suo corpo magro, il rumore sinistro degli stivaletti di coccodrillo. Si tingeva i capelli e ormai, a furia di tingerli, erano completamente divorati, come stoppa dipinta: “Adesso vado a battere”, ci disse e, di fronte alle nostre domande sulle aggressioni che aveva subito, si tolse il giubbino e sotto la maglietta ci fece vedere una lunga cicatrice provocata da un colpo di cacciavite. “Non vada Pier Paolo, non vada”, dissi forse con una dose di ingenuità. Quando Pier Paolo uscì di casa, Goffredo era esterrefatto e mi disse: “Lo ammazzeranno”. Dopo due mesi fu assassinato. >> [2]

Alto palazzo, altra storia: Alberto Di Fabio (Avezzano, classe 1966).

Immaginate le galassie unite a delle sinapsi, immaginate le montagne unite a colori visionari, immaginate elementi biologici uniti a mondi immaginari…ecco! queste immagini sono le opere pittoriche di Di Fabio. Un mondo, il suo, ricco di colori, di luci, di energia visiva pura: con Di Fabio l’estetica e la scienza vivono all’unisono. E’ interessante conoscere alcuni aspetti della vita privata dell’artista, che effettivamente lo hanno guidato verso quest’astrazione spirituale e scientifica al tempo stesso:  <<Essendo nato e cresciuto in un paesino dell’Abruzzo, limmagine della montagna rappresenta per me l’elevazione dal mondo terreno, un’immagine di purezza. Poi ho cominciato a leggere i libri scientifici, quelli di mia madre o anche quelli di mia sorella che studiava medicina; da questi copiavo le cellule, il mondo della biologia, della zoologia, della geologia. Dalle visioni paesaggistiche, del macrocosmo, sono entrato “nel magma”: ho cominciato a studiare le varie fusioni minerarie, la composizione dei silici, dei quarzi, dei gas. È stato un insieme di cose… Mio padre era un pittore e scultore astratto. Da quando ero piccolo mi parlava sempre di Malevic, di Mondrian, di Fontana…. Quindi sono nato con questa impostazione “modernista” che si può dire abbia costruito tutto il secolo scorso.>> [3]

Alberto Di Fabio - Castelbasso 2014

Alberto Di Fabio, presentazione delle opere

Informazioni

Le due mostre C’era una volta a Roma – Gli anni Sessanta intorno a piazza del Popolo e Alberto Di Fabio- Paesaggi della mente sono a cura di Laura Cherubini e Eugenio Viola. Saranno aperte dal 12 luglio – 31 agosto 2014- orari 19.00/24.00 (chiuso il lunedì)

Fondazione Menegaz, Castelbasso (Te) – www.fondazionemenegaz.it

Arte in Centro – www.arteincentro.com

 

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Pescara, Rancitelli: Orto con arte, gli artisti mettono i piedi nella terra.

9 Mag , 2014  

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L’Orto Urbano di via Sacco ne ha combinata una delle sue, invitando per la colazione di Sabato 10 maggio, alle ore 9, alcuni degli artisti della scena creativa abruzzese.

A piedi nudi nella terra gli artisti sono invitati a riscoprire le protuberanti carezze della grande madre, e poi, ispirati da questo abbraccio panico, potranno realizzare un’opera a loro piacimento e donarla a questo pezzo di terra verde nel bel mezzo dei palazzoni cittadini. I piedi nudi si andranno a ficcare nella terra lavorata da quelle persone che si incontrano e si confrontano spontaneamente per ribadire l’importanza del legame tra l’uomo e la natura. Gli artisti in questione, rigorosamente citati in base alla lista completa che troverete nella seguente locandina, sono Gloria Sulli, Marco Bevilacqua, Rossella Fauro, Claudia Di Domenica e gli altri:

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 Orto con Arte, programma e elenco artisti

Bisogna capire la terra

– Bisogna capire la terra – predicano, quasi anacronisticamente, gli agitatori dell’associazione culturale Radici e i contadini urbani che curano l’orto, alla testa di numerose iniziative coraggiose e sudate che vogliono affermare l’importanza e la centralità della terra nelle nostra vita. Bisogna sempre ricordare che il nostro cibo, la nostra acqua e l’essenza stessa della nostra vita provengono dalla natura, di cui la terra è una madre impossibile da ripudiare, pena la nostra stessa esistenza su questo pianeta.

Si cerca di dare nomi accattivanti (anglosassoni?!) alle buone pratiche di riscoperta del legame con la terra: guerrilla gardening, social farming e tutti questi anglicismi che rendono esotico quello che il conformismo dettato dalla cultura del consumo, per dirla con Pasolini, ha voluto cancellare dal nostro dna di italiani: il legame con la natura e il nostro essere spontaneamente e proficuamente legati al ritmo delle stagioni e alla terra, quella da lavorare con saggezza e dedizione, sacrificio e sudore.

Pier-Paolo-pasolini-Scritti-Corsari-Abruzzo

 Pasoliniana memoria

Pasolini predicava conservatorismo, a detta di molti intellettuali del tempo, ma bisogna ammettere che in quanto a distacco dalle nostre radici e ad omologazione nel consumo, abbiamo fatto molta strada, avvicinandoci alle sue previsioni più pessimistiche.

La nostra cultura contadina si è evoluta in cultura delle produzioni di massa, sacrificando il tempo da dedicare alla terra per guadagnare i soldi utili ad aderire ai consumi di massa, o, se il reddito è più alto, a distinguersi all‘interno dei consumatori, comperando merci e servizi d’élite capaci di farti essere diverso, spendendo un prezzo più alto: produci, consuma, crepa, a dirla con Giovanni Lindo Ferretti.

CCCP, Morire dall’album “Affinità e divergenze…”

Prima abbiamo acquistato le comodità elettrodomestiche (frigorifero, lavatrice etc), poi abbiamo acquistato gli hobby (dischi, televisori, vestiti) e adesso spediamo tanti soldi per acquistare prodotti biologici, o presunti tali, che ci permettano di avere quell’alimentazione sana e libera dagli inquinamenti che il modello di produzione intensiva e su larga scala ha provocato. 30 anni fa ci coltivavamo da soli i prodotti “biologici” e li condividevamo insieme ai nostri amici e vicini di casa, adesso, invece, comperiamo gli smartphone per fotografare noi stessi, i nostri ortaggi biologici e i nostri manicaretti per condividerli con i nostri amici virtuali e mangiarli in solitaria o con pochi intimi nel vuoto di una cucina cittadina, magari arredata con mobili di arte povera o vintage di quelli che nostra nonna ha usato per cinquanta anni e che i nostri genitori hanno di sprezzato perché ricordo di quell’infanzia pseudo-povera.

 “Tutti per uno, tutto per me”

Nel frattempo il motto è “tutti per uno, tutto per me” mentre il senso di comunità, la volontà di confrontarsi e fare sacrifici per migliorare il futuro non solo nostro, ma delle nostra comunità, si trova solo in piccole, risicate e bistrattate minoranze della nostra società. La piazza reale è diventata quell’enorme centro commerciale pieno di tanti noi e la pratica più socialmente più in voga del momento è il selfie. Pasolini non aveva poi tanto torto, in fin dei conti osservando la socialità dell’Abruzzo, regione dal passato contadino e pecoraro, dove troviamo la maggioranza dei cittadini abruzzesi di sabato pomeriggio a perpetuare la pratica dello struscio, per anni perpetuata nelle piazze e nelle strade delle città e dei villaggi? Megalò, Centro D’Abruzzo, Auchan, Mall, Aquilone dove il messaggio e sempre lo stesso: consuma, consuma, consuma. E a questo punto non mi sembra il caso di scomodare il concetto di piazza come agorà, il luogo della democrazia per eccellenza. Ma questo richiamo alle radici greche della nostra cultura, sarebbe troppo facile per mostrare ai miei occhi e ai vostri i livelli di sviluppo a cui la nostra civiltà è arrivata.

 

la-folla-assalta-il-centro-commerciale

La nuova agorà e noi che la frequentiamo

Va bene, siamo stanchi dei pettegolezzi e della visione provinciale di un’italietta da Sabato del villaggio, e vogliamo evolverci, ma non credo che sostituire il concetto di piazza del paese bigotta e perbenista ad una piazza dei consumi individualista, materialista e cinica sia un passo avanti, tanto più che il pettegolezzo e il perbenismo spesso rientrano dalla finestra virtuale dei social network insieme ad un esibizionismo alla cento vetrine. Questo è un discorso lamentoso da sinistroidi conservatori, lasciamolo cadere nel silenzio e bolliamolo come tale per lasciarci consumare in pace: paghiamo 50 centesimi al litro quell’acqua che prima era gratis e sborsiamo 2 euro e più per quel chilo di quella frutta che fino a pochi anni fa il nostro parente contadino ci regalava e … continuiamo a insultare le nostre intelligenze di italiani facendoci insegnare come si fa a campare da quelli che non fanno che ripeterci “va’ a consumà caprun!!!”

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