Indie Rocket Festival Pescara

Personaggi

Paolo Visci e l’attitudine dell’Indie Rocket Festival

26 Giu , 2015    Autore:   

Abbiamo fatto una chiacchierata con Paolo Visci dell’Indie rocket festival seduti al fresco domenicale dell’ultima giornata del Majella Sound Camp. Dopo aver parlato di Abruzzo regione dei palchi, progetto a cui l’Indie Rocket aderisce, abbiamo parlato della dodicesima edizione del festival indie. Quest’anno il festival torna al parco Ex Caserma Di Cocc di Pescara, dopo due anni di latitanza dalla sua location naturale, casa dello scoiattolino con la Fender Jaguar.

Ciao Paolo, cosa lega l’Indie Rocket al territorio in cui si svolge?

Ciao a Subcity e ai suoi lettori. Se mi chiedi del territorio, la prima cosa che mi viene in mente è il ritorno alla caserma Di Cocco. E’ stata una scelta politica più che di produzione, visto che realizzare un festival in questa location è molto più difficoltoso. La seconda cosa che ci lega al territorio è il nostro pubblico, proveniente da Pescara, dall’Abruzzo e formato anche dagli studenti universitari che studiano nella nostra città (e regione ndr).

Cos’altro vi lega al territorio?

I rapporti di amicizia e di collaborazione instaurati con alcuni dei festival che si organizzano qui. Ti faccio un esempio, il Rock your head, un festival di Montebello nato dopo di noi, lo consideriamo un po’ il nostro cuginetto. Perchè è chiaro che loro si sono ispirati all’Indie Rocket sia nella comunicazione che nelle scelte artistiche. Questi presupposti hanno sviluppato dei rapporti di collaborazione molto stretti e proficui. Un altro festival con cui siamo molto in sintonia è il Majella Sound Camp. Queste due realtà son culturalmenente e geograficamente vicine al nostro modo di concepire un festival.

Qual’è il vostro modo di concepire un festival?

Quando noi scriviamo la parola festival gli diamo il giusto peso. Il festival lo intendiamo come una festa organizzata all’interno di una comunità e di un territorio. Secondo me è automatico che intorno a un’esperienza concepita così si aggreghino o vengano attratte delle anime e degli spiriti affini al progetto. C’è molto spontaneismo!

Cosa intedi col termine spontaneismo?

Intendo lo spontaneismo dei volontari del festival. L’Indie Rocket ha avuto da sempre il vitale appoggio delle energie dei volontari per realizzare il festival. Anno dopo anno le candidature sono divenute quasi tutte spontanee. Questa è una cosa che ci fa capire il grado di affezione dell persone nei confronti dell’evento.

Come pensi sia nata e si sia sviluppata questa affezione verso il vostro festival?

Io penso che quando fai una proposta musicale di un certo tipo, evitando i grandi nomi di richiamo e basandosi su un percorso di ricerca e di valorizzazione dei talenti dell’underground, le persone sensibili a queste tematiche premino la tua linea. Dopo dodici anni di festival, penso che sia più il brand Indie Rocket a portare gente sotto il palco che la la line up che ogni anno viene definita.

A differenza di altre realtà sul territorio, mi sembra che voi riusciate a coinvolgere molto bene anche gli studenti universitari fuori sede…

E’ uno dei nostri obiettivi. Tanti altri eventi organizzati sul nostro territorio, anche quelli un po’ più grandi, magari con produzioni economicamente più rilevanti, non provano minimamente a coinvolgere gli studenti, almeno questa è la mia parcezione poi, se al loro interno lo fanno, io questo non lo posso sapere.

Gli altri fattori che hanno creato affezione verso il “brand” Indie Rocket?

Sicuramente la storicità del festival.

A proposito, qualche aneddoto o ricordo sulla prima edizione del festival, quella del 2004?

A parte la pessima acustica del pattinodromo dei Gesuiti di Pescara, tanti ricordi meravigliosi e alcune soddisfazioni.

La Line Up del 2004?

Gli headliner erano gli Ulan Bator, per il resto dovrei rivedere i manifesti. In quell’edizione però ci furono due nomi che non scorderò mai: Laura Veirs, attualmente una delle folk singer americane più famose. Ricordo che uscì proprio quell’anno con l’album che attirò su di lei le attenzioni della critica. Un altro nome indimenticabile di quell’edizione fu Chris Brokaw, ex batterista dei Codeine e chitarrista dei Come. Dall’edizione del 2004 è iniziato anche un rapporto lavorativo con Chris. Da quell’anno infatti quando Brokaw viene in Italia siamo sempre noi a portarlo.

Qual’era lo spirito degli inizi e in che contesto avete organizzato la prima edizione?

Lo spirito è racchiuso tutto nell’espressione – “si proviamoci”. A dieci anni esatti dal movimento della Pantera, alle porte di una crisi economica sconfinata e globale, noi avevamo ancora un po’ la velleità anni ’90 di provarci, del fare un tentativo. Però il contesto musicale cittadino iniziava a essere vuoto. Erano chiusi tutti i locali storici di Pescara, forse stava riaprendo solo il Wake Up, ma il Bacab aveva chiuso, l’Altra città anche, e il Pescara jazz era già diventato un coacervo di nomi messi a caso nel cartellone di un festival glorioso, il primo festival open air di Italia.

Continuando a parlare di contesto, come il territorio si rapporta a voi?

In questo caso sono un po’ pessimista, in merito al fatto che penso ci sia poca curiosità, poco attivismo. Non c’è più quello spirito che c’era prima nella comunità giovanili e negli individui in genere di mettersi in gioco in prima persona. Per esempio, tutti sanno che c’è l’Indie rocket in questo momento all’interno della comunità interessate e nelle direzioni in cui ci siamo attivati per fare promozione – lo sanno pure le pietre. Ma nessuno sa che il festival è gratuito fino alle 9 e poi si paga 5 euro oppure si fa un abbonamento di 10 euro per tutti e 3 i giorni.

Perchè il pubblico non coglie queste informazioni secondo te?

Perchè c’è una sostanziale disattenzione, alle persone interessa poco informarsi su questo tipo di iniziative musicali, a meno che non si parli di headliner di richiamo per cui si mette un biglietto da 20, 30, 50 euro. Li il pubblico si attiva per farsi i conti in tasca e capire quanto dovrà sborsare per assistere al concerto.

Qual’è la vostra politica in termini riguardo il biglietto d’ingresso?

Noi abbiamo iniziato molto lentamente a introdurre a un prezzo d’ingresso, perché comunque è l’unico modo per realizzare un festival. Qui ci sono state sempre spinosissime questioni con gli organizzatori di festival più grandi. Loro infatti vedono di malissimo occhio gli eventi gratuiti, perché la musica si paga, dicono loro, e poi bisogna comunque rientrare con le spese di produzione.

E perchè voi avete deciso di far pagare un biglietto simbolico di 5 euro?

Perchè è anche vero che viviamo in un contesto culturale così impoverito dove penso che alcune cose vadano ancora promosse. E per attirare il pubblico, in un contesto impoverito anche dal punto di vista economico, portare della musica a costi molto bassi, non penso sia un opera rivoluzionaria, ma penso sia un piccolo gesto. In questo modo riusciamo a venire incontro anche al pubblico di studenti fuori sede che ci seguono. Gli studenti universitari fanno i conti tutti i giorni con una realtà dura. Al di là delle critiche del tipo “si ma tanto hai mamma e papà che ti pagano l’Università” facciano sacrifici on indifferenti per studiare nella nostra città: penso a quelli che fanno i baristi, o le pulizie, quelli che lavorano al call center o anche quelli che studiano e basta, senza disporre di grosse risorse economiche.

Che tipi di spettatori vi piace attrarre principalmente?

A noi piace essere attrattivi per tutti ma non vogliamo parlare il linguaggio di tutti. Io vorrei che l’Indie rocket venisse percepito come un festival egualitario e orrizzonatale, però questo non significa che ci si troverà mai la tristezza stile bagaglino.

Mi spieghi meglio come entrare nella location della Ex Caserma Di Cocco, dove comperare i biglietti e quanto costano?

Quando abbiamo iniziato la lunga trattativa per tornare alla Caserma Di Cocco, tutti gli assessori di riferimento erano d’accordo di fare il festival lì. A quel punto abbiamo fatto una scelta: tenere aperto il parco durante il normale orario di apertura al pubblico. Stabilito questo abbiamo deciso di attivare delle attività collaterali all’IRF (dalle 17 alle 19 ndr) aperte a tutti i cittadini e gratuite: laboratori di fumetto, laboratori di musica, laboratori per bambini eccetera. Questo perché pensiamo che se il parco è della cittadinanza, noi che portiamo anche un valore aggiunto, dobbiamo comunque dare la possibilità ai cittadini di fruire del parco, come tutti i giorni. Dalle 20,30 il parco sarebbe normalmente chiuso, e quindi abbiamo deciso di inserire un biglietto per d’ingresso dopo il normale orario di chiusura. Dopo questa ora chiediamo 5 euro per una serata di festival o un abbonamento di 10 euro minimo per tutti e tre i giorni. Visto che il festival si regge, oltre che col volontariato, anche con le donazioni o  con la raccolta fondi, diamo la possibilità ai sottoscrittori dell’abbonamento di fare donazioni superiori alle 10 euro del prezzo per le tre serate.

Che tipo di campagna di fundraising avete fatto?

Abbiamo attivato una campagna di crowfunding in maniera molto blanda su Produzioni dal basso senza voler arrivare ad una quota prestabilita. Nella creazione di questa campagna non c’era nessuna intenzione di arrivare ad un goal di qualunque tipo, volevamo solo iniziare ad introdurre l’argomento del crowfunding al nostro pubblico.

Oltre questo abbiamo attivato i soliti canali di ricerca sponsor sul territorio e coinvolto i nostri partner tecnici per farci fare dei prezzi che fossero adeguati al tipo di manifestazione che stiamo facendo. Per esempio, è ovvio che se fai il concerto di Manu Chao, con un biglietto di 30 euro, i fornitori si comportano in un modo mentre, se organizzi un festival come l’Indie rocket, i partner tecnici si attivano per farti dei prezzi adeguati, aderendo in questo modo alla filosofia del festival.

Calcolando un territorio che vive una situazione economica abbastanza difficile, come hanno risposto i potenziali sponsor e le realtà aziendali del territorio?

Io posso dirti solo la mia percezione parziale, visto che non sono un fundiraiser di professione. In genere attiviamo tutti noi, volotari e non, le nostre energie per raccogliere sponsorizzazioni. La risposta dei potenziali sponsor mi sembra sia più o meno simile tutti gli anni: le sponsorizzazioni in genere arrivano da chi è più sensibilizzato alle nostre tematiche o chi ha già una visione del festival o un’affezione ad esso. In genere chi comprende a pieno cosa facciamo sostiene volentieri il festival. Ma tendenzialmente sul nostro territorio si riscontra un vuoto pneumatico anche in questo aspetto. Ci sono grandi aziende che avrebbero budget di comunicazione così elevati da potere tranquillamente investire in un piccolo/medio evento come il nostro, ma non lo fanno, semplicemnte perché non sono interessate alla musica e alla cultura musicale.

Podcast sull’Indie Rocket Festival realizzato da Radio Kt

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