Death metal, No more fear, rock abruzzese, Subcity Abruzzo

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I Cuffiettari #6: Nemesi fa ascoltare i No More Fear

14 Apr , 2015    Autore:   

Mad(e) in Italy. Un nome che racchiude tutto quello che volevano dirci i No More Fear. Ma la classe non sta solo nell’ avere trovato un nome originale ad un album che è più che originale. La classe sta nella forma, in come hanno realizzato e rappresentato questa Italia fuori di testa. Ma andiamo per grandi.

No More Fear, 5 ragazzi di Raiano con una bella e anche lunga carriera musicale alle spalle. Si formano nel 1996 e due anni dopo esce il loro primo demo, “Shouts of War”. Ma il loro vero e proprio debutto lo fanno nel 2000 con “Vision of Irrationality” a cui segue, qualche anno dopo “Ethnoprison”. Fino ad arrivare al 2012, anno in cui esce “Mad(e) in Italy”.
Detta così, senza troppo giri di parole, questo è un full-lenght che unisce death-metal e folklore nostrano. Ed ecco che subentra la classe, l’esperienza di un gruppo che da anni sta appresso alla musica e alla bravura di ogni singolo componente. Hanno reso possibile e realizzato qualcosa a cui nessuno (forse) aveva mai pensato.

 

Taranthell, ne è un chiaro esempio. L’intro è quella tipico della taranta, ma è rivisto, forse addirittura completato dalle sonorità death più pure e semplici. Riprendere un patrimonio musicale come quello italiano e rivisitarlo musicalmente è il punto dio forza di Mad(e) in Italy, dove le linee musicali sono riconoscibili, chiare. Ma la tradizione nostrana non è riconoscibile solo a livello compositivo ma anche per i temi trattati, come in Don Gaetano.

 

 

Bravura a livello compositivo, ma non solo. A mettere l’accento ad ogni track c’è il growl asciutto, preciso, privo di virtuosismi di Gianluca Peluso, lead voice della band, che ha saputo interpretare alla perfazione ogni singola canzone, dando quel qualcosa in più ad un album che già di suo si era rivelato innovativo e completo. A chiudere il tutto, dialoghi in un siciliano abbastanza “stilizzato” e una track caratterizzata dalla fusione di lirica e growl (Immota Manet).

 

 

E’ un album in cui niente è lasciato al caso, in cui tutto è stato costruito alla perfezione, complici un missaggio e masterizzazione del più alto livello, eseguiti presso i Fascination Street Studio di Orebro (per chi non lo sapesse, in questo studio sono passati artisti di un certo calibro come Symphony X e Amon Amarth).

Per i non fun del death, mi rendo conto, potrebbe essere un lavoro difficile da mandar giù. Ma non fatevi scoraggiare dal genere, questo album va oltre il genere in cui è circoscritto. E’ una esperienza, un viaggio in questa pazza, folle Italia.

Stay tuned.

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