Frenesis-5-Roberta Bellatuono

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Frenesis #5: L’uncinetto

3 Ott , 2014    Autore:   

Frenesis, L’uncinetto, un giallo di Roberta Bellantuono, illustrazione di Andrea Pinna. Se volete riprendere il filo, ecco la quarta puntata

Era una merceria in piena regola, quasi di fronte la caserma, non molto visibile dalla strada. A prima vista sembrava una comune abitazione. C’era un campanello, infatti, sulla porta. Sara suonò e una donna sulla settantina, vestita di nero, andò ad aprirle.

Il negozio era arredato nella maniera tipica delle abitazioni montane. Legno ovunque, vetro con camera d’aria e mura in pietra, massicce e umide. Le finestre erano aperte: faceva freddo, il sole sembrava non si affacciasse lì da tempo. Una serie notevole di gomitoli di tutti i colori e di diversi tessuti erano imbustati in plastica sottile, disposti in maniera ordinata sulle mensole affisse al muro. Appena mise piede dentro, Sara fu sopraffatta da un fortissimo odore di ammoniaca: era così denso che, a stento, vinse la voglia di uscire dal negozio.

La donna che l’aveva accolta, la guardava con sospetto, senza dire una parola. Dell’altra che aveva seguito fin lì, invece, non c’era traccia. Sara si fece coraggio e si presentò.

«Buongiorno, mi chiamo Sara Betti, polizia. Vorrei chiedervi informazioni su Antonio Foresta.»

La donna cambiò espressione e sorrise.

«Vuole un caffè?»

Stava per declinare educatamente, quando una seconda donna, più giovane, vestita con colori scuri, uscì da una porta in fondo la stanza. Aveva un sorriso stampato in viso e una certa naturalezza nel muoversi. Per pura cortesia, Sara le sorrise di rimando. Calcolava che poteva avere sui cinquant’ anni, dal momento che il suo viso, nonostante l’età, mostrava ancora segni di avvenenza e di una non consumata sensualità. I capelli, tagliati sulla fronte, le poggiavano comodamente sulle spalle ed erano ben colorati e pettinati. Sara si concentrò su di lei e non sentì che un’altra donna le stava venendo incontro. Si spaventò, infatti, quando se la trovò davanti: settantenne, vestita di nero, con uno sguardo arcigno e un’andatura sbilenca dovuta al suo peso. Le dure occhiaie nere incorniciavano un viso per nulla elegante.

«Vuole un caffè?»

Il tono, stavolta, era secco, freddo. Sara raccolse quell’impressione e rifiutò. Il silenzio piombò pesante nella stanza.

«E ora?» pensò.

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Sara rimase senza parole ed ebbe, per la prima volta, paura. Si rese conto che nessuno sapeva che era lì, che l’ombra era troppo lunga nella stanza e che quegli sguardi erano carichi e capaci di qualunque cosa.

La donna lasciò dolcemente il braccio della ragazza.

«Sara, si chiama così, giusto? Fossi in lei chiamerei più spesso sua madre. Non bisogna mai far soffrire nessuno inutilmente.»

Le donne ripresero a fare l’uncinetto e Sara si avvicinò all’uscita. Sulla porta, incrociò la donna che aveva seguito fin lì: si scambiarono uno sguardo che durò più di qualche secondo, perché quegli occhi trasudavano segreti. Sara uscì fuori, respirò profondamente per i primi minuti, poi si riprese e scappò via.

Il giorno dopo, da lontano, poté osservare il funerale di Antonio Foresta. C’erano le donne del negozio, il barbiere, il barista e la donna della tabaccheria. C’era l’uomo ubriaco della pineta che si teneva in disparte, commosso. Sara notò che, nascosto fra gli alberi, anche un altro Antonio piangeva senza poter esser consolato, si disse che portava lo stesso nome dell’uomo per cui si disperava, e, forse, solo da poco, questo non era più un segreto per lui.

Quando la cerimonia finì e le persone si furono allontanate, Sara si avvicinò alla bara per porgere un fiore. Si fermò un attimo prima di posarlo sulla lapide che giaceva in un angolo poi, in ginocchio, osservò le date che contenevano la vita del povero Foresta, un vortice di emozioni, sentimenti, errori e rimpianti contenuto in sei cifre. Sara prese il block-notes e controllò: la data di nascita coincideva con i primi tre numeri annotati. Sospirò, perché era qualcosa, un qualcosa che non provava niente. Sara posò il fiore e si congedò dal caso. In macchina, l’accolse il sorriso contento e beffardo dell’ispettore, che cercò di non assecondare, mostrandosi imperturbabile.

Mentre percorrevano la strada interna del paese, passarono davanti la piazza. Era vuota, poche persone a passeggiare. Fra loro, le donne del negozio, vestite di nero con la velina in testa, sotto braccio l’una con l’altra, che sorridevano e sentì, nei loro sguardi, un rancore finalmente appagato. Distolse lo sguardo, sperando in quel modo di riuscire a placare un certo freddo che le stava scendendo dentro. Capì in quel momento che il senso di giustizia era, a volte, come un bel copriletto fatto all’uncinetto, dove, se filato bene, i punti erano indistinti e coerenti ed era possibile comprendere lo sforzo e il sacrificio solo a lavoro finito. Si poteva ammirare il capolavoro unicamente con una visione d’insieme, perché quando latrama dell’iride è fitta significa che la costituzione è forte.

Ma forse anche per Antonio Foresta sarebbe arrivato il momento della vendetta, magari attraverso il senso di giustizia di qualcuno a lui molto vicino.

Roberta Bellantuono per Subcity.it 

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