Frenesi-4-Roberta Bellantuono

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Frenesis #4: L’uncinetto

10 Giu , 2014    Autore:   

terza puntata aspetta solo il vostro click

Sara si diresse verso il tabacchi. Quando entrò, vide davanti a sé una fila spaventosa. Si chiese da dove erano sbucate tutte quelle persone.

«Mi scusi ma è questa la fila?»

«Per giocare, sì.»

«E per comprare le sigarette?»

«È quella.»

Nessuno in fila per la tabaccheria. Sara si avvicinò al bancone e chiese un pacchetto di Camel Lights, diede i soldi e ricevette il resto. Poi disse:

«Senta, ma il montepremi è stato vinto?»

La donna la guardò arcignamente.

«No. Non è stato vinto.»

«Potrebbe dirmi i numeri usciti nei concorsi precedenti?»

La donna aprì il cassetto e cacciò una decina di fogli, senza guardarla in faccia.

«Non coincidono.» Pensò, mentre controllava il block-notes.

Sara prese le sigarette ed uscì. La storia dell’uomo del parco era dunque falsa. Però. Sei erano i numeri sulla coperta e sei quelli del superenalotto. In casa del Foresta, non avevano trovato neanche un tagliando di gioco. In fondo, questo era il vero indizio. Mentre camminava verso la caserma, pensierosa, incontrò l’ispettore. Sembrava di ottimo umore.

«Forse abbiamo un testimone.»

Sulla sommità di una collinetta, fatta di pietra e sassi, sporgeva un’altra parte del paese, che si affacciava sulla vallata. Era la zona alta, quella più antica e più visitata dai turisti. Qui, quasi defilata rispetto al campanile, sorgeva la caserma. Era, più che altro, uno stanzone, diviso da pareti di cartongesso, con un cesso, una cucina e una camera per dormire. L’ispettore entrò nella stanza e salutò il poliziotto seduto alla scrivania. Di fronte a lui, anch’esso seduto, un uomo.

Sara seguì la traiettoria dell’ispettore, per osservare il testimone in viso. Rimase stupita quando si accorse che era un ragazzo, neanche ventenne: aveva la barba curata e i capelli puliti, una bella camicia indosso e scarpe lucidate. Sul viso, per contrasto, pesavano due profonde occhiaie nere.

«Iniziamo.»

«Antonio. Sono Antonio.»

«Bene. Allora Antonio, che cosa puoi dirci? Hai visto il signor Foresta la notte di sabato?»

«Sì. Era vicino la caserma. L’ho visto perché stavo fumando una sigaretta con un’amica, insomma, un’amica con cui ci vediamo ogni tanto…»

«Capisco.»

«E quindi avevamo deciso di andare a parlare in una zona un po’ più intima, ecco…»

«Quindi eravate in un angolo a…chiacchierare e cosa avete visto?»

«Ho sentito uno strano rumore e ho visto Antonio che camminava sbandando. Sbatteva contro tutto quello che incontrava. Ho detto alla mia amica di rimanere in silenzio e ho continuato ad osservarlo. Lei non poteva vedere da dove era messa…Poi Antonio è caduto. E’ caduto molto male. Mi sono preoccupato, ma lui si è rialzato subito. Si è incamminato verso la discesa e non l’ho visto più.»

«Era solo?»

«Sì. Come sempre, solo.»

«Grazie, può andare. Rimanga nei paraggi nel caso volessimo farle qualche altra domanda.»

Sara esitò, poi disse:

«Sa per caso se giocava al superenalotto?»

Il ragazzo cambiò espressione. Durò solo qualche secondo, ma Sara avvertì di aver fatto la domanda giusta. Il ragazzo tornò della stessa espressione di prima e con calma disse:

«Non saprei, non parlavamo mai.»

Sara incalzò.

«Lei sapeva che Antonio Foresta aveva il vizio di bere?»

«No,insomma, non eravamo in confidenza.» Deglutì.

«Per quale motivo si è preoccupato per lui, allora?»

«Mi fanno pena le persone di quell’età che non riescono a badare a se stesse.»

«Quindi lei, vedendolo sbandare ha deciso di non aiutarlo…forse perché l’aveva già visto altre volte in difficoltà e sapeva che era sempre ubriaco, giusto? Dove abita, signor Antonio?»

Il ragazzo iniziò ad agitarsi.

«Abito quasi di fronte la caserma.»

«Lei, dunque, lei Antonio, Antonio Rinaldi, lei che è l’ultima persona che l’ha visto vivo, sostiene di non essere suo amico tanto da non conoscere le sue abitudini eppure ha appena ammesso che era da solo come sempre… Se è vero che tutti lo conoscevano in paese e che tutti sapevano che lui beveva in continuazione e che era spesso un pericolo per sé e per gli altri, dovrebbe saperlo anche lei. E se ammette di non sapere, sta mentendo.»

Antonio guardò duramente Sara. L’ispettore rimase in silenzio in un angolo.

«Non capisco cosa vuole da me. Io l’ho visto andare via, non è colpa mia se beveva, se stava male. Io non ho colpa di nulla.»

Sara esitò e venne fermata dall’ispettore, che congedò il ragazzo e le chiese di conferire privatamente. L’ispettor Marotti prese una sigaretta, l’accese e iniziò:

«Come cazzo ti è venuto in mente di scavalcarmi? Ti sembro uno a cui piace farsi mettere i piedi in testa? Pensi sia stato il ragazzo? A fare cosa? A sbattergli la testa contro un sasso e a spostare il corpo? E per quale motivo dovrebbe averlo fatto? Non aveva un soldo, non si conoscevano neanche bene…Vuoi complicare un caso semplice? Io lo archivio questo cazzo di caso in un minuto netto. È’ scivolato e ha battuto la testa due volte. Ricorda: non basta un concorso per diventare un buon poliziotto e poi alcune cose è meglio lasciarle dove sono. Ti è difficile da capire?»

Sara rimase in silenzio, con gli occhi bassi.

«E la coperta all’uncinetto con i numeri? Sono sei come quelli del superenalotto..»

«Stronzate. Coincidenze, solo coincidenze. Archivio il caso. Domani torniamo in città. E basta.»

Sara uscì dalla caserma e si accese una sigaretta. Mentre smaltiva un robusto sentimento d’impotenza, si accorse che una donna, già intravista in precedenza, la stava spiando. Quei movimenti goffi e la sua innaturale curiosità le tornarono familiari. La donna, quando si vide scoperta, iniziò a muoversi senza guardarsi indietro. Sara buttò la sigaretta e la seguì, mentre la donna camminava sempre più veloce percorrendo le strade pietrose del paese. Quando, qualche metro dopo, si voltò e vide che Sara non c’era più, tirò un sospiro di sollievo. La stessa cosa fece Sara, che, nascosta, l’osservò entrare in un negozio di filati.

Roberta Bellantuono per Subcity.it

 

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