Frenesis-3-Roberta Bellatuono

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Frenesis #3: L’uncinetto

5 Mag , 2014    Autore:   

Sara, l’Ispettore Marotti e Antonio Foresta vi aspettano per la terza puntata di Frenesis, un giallo di Roberta Bellantuono. Se volete riprendere il filo, la seconda puntata è a vostra disposizione, e vai con preti, ubriaconi e uomini con un gran talento per gli sbagli! 

La chiesa, vista da lontano, aveva un aspetto tetro e crepuscolare. Il sole batteva implacabile sulla facciata logora e usurata dal tempo, dalle crepe del muro cadevano pezzi di intonaco. Sara entrò e si fece il segno della croce. L’ispettore la imitò senza convinzione. Attraversarono la navata centrale, in silenzio. Alcune donne ai primi banchi recitavano un Ave Maria, con il rosario stretto fra le mani. Il prete, un uomo molto anziano, invitò loro in sacrestia. Sara diede un’occhiata alle donne, si sentiva osservata da occhi bassi e curiosi. In fondo, si disse, era solo una sensazione.

«Ispettor Marotti, piacere.»

«Don Carlo.»

«Don Carlo, lei avrà saputo certamente della morte di un suo compaesano, il signor Antonio Foresta…Stiamo raccogliendo informazioni sulla…»

«Mi è dispiaciuto molto, per Antonio. Era un brav’uomo, in fondo. Posso dirle con certezza che nessuno dei paesani è responsabile della sua dipartita. Chi conduce una vita dissipata deve ragionare sulle conseguenze che quel tipo di vita porta…»

«Cosa mi sa dire del rapporto che aveva con Gambacorta?»

«Fra loro c’erano divergenze per questioni meramente materiali. Ma il signor Gambacorta è un uomo di chiesa ed ha abbracciato la sua croce con pazienza e sopportazione. Non se l’è sentita neanche di cacciarlo di casa. Antonio lo sapeva. Tutti sapevano che Gambacorta non l’avrebbe mai cacciato.»

«Forse perché aveva pensato ad una soluzione più… come dire… definitiva?»

«Mi creda, ispettore. Conosco le persone di cui parlo. Il signor Gambacorta non ha ucciso Antonio.»

Sara e l’ispettore uscirono dalla chiesa prostrati. Nessuna pista, nessuna traccia, nulla. L’ispettor Marotti iniziò a mostrare segni di cedimento. Non era, Sara lo aveva capito fin dal primo momento, uno di quelli che era entrato nell’arma per passione e che, di fronte ad un caso impossibile, era disposto a cercare la Verità e la Giustizia, come fine ultimo di un’esistenza e di una professione. O almeno non lo era più: probabilmente la durezza di un’esistenza passata a difendere gli altri, lo aveva deluso ed inaridito. L’ispettore si congedò e si avviò da solo. Sara ne approfittò per fare un giro del paese.

Stava attraversando la pineta, un po’ decentrata rispetto alle altre case, quando notò un uomo che, seduto su una panchina, parlava tra sé. Gli si avvicinò titubante e lo riconobbe: era l’uomo che, nel bar, aveva attirato la sua attenzione. Esattamente come quel giorno, beveva. Una bottiglia di sambuca. Si accostò, lui la intravide ma fece finta di nulla.

Sara prese coraggio e gli sedette accanto. Si accorse che stava piangendo. Esitò: voleva parlargli ma non ci riusciva. L’uomo la precedette.

«Lei non è di qui, non sa molte cose.»

Sara lo guardò intensamente, l’uomo accennò un sorriso.

«Se io le raccontassi una storia, una storia che sembra incredibile e le dicessi che non potrà usarla in nessuna maniera perché è…forse…forse è…»

L’uomo si girò verso di lei e la fissò. Fu uno sguardo carico di dolore, di tristezza e di vendetta. No, meglio, di giustizia.

«…la testimonianza di un vecchio ubriacone senza arte né parte, lei ascolterebbe, ascolterebbe lo stesso? In fondo, non farebbe il mestiere che fa, se non fosse troppo curiosa della vita degli altri…Da queste parti, se si chiede, non si ha risposta e se non si domanda..»

«Io, veramente…»

«E’ la storia di un uomo che, per tutta la sua vita, ha cercato dentro di sé la motivazione per essere migliore. Più si impegnava, più questo obiettivo gli sfuggiva. Cercava di non essere com’era, non so se mi spiego, di superarsi.»

Mentre parlava, la saliva usciva senza controllo e a tratti, l’uomo rimaneva con la bocca aperta, in silenzio, per poi riprendere.

«E invece, ogni volta, si abbassava sempre più. Alla fine, dopo anni, aveva capito… Sì. Lo aveva capito. L’unica cosa in cui era bravo era sbagliarsi. Giocava al superenalotto per questo motivo. Perché sapeva che in ogni caso, non avrebbe mai vinto. Mai. Era il motto della sua vita.»

Fece una pausa, inspirò.

«E invece, un giorno uscirono i suoi numeri.»

L’uomo si mise a ridere sguaiatamente, puzzava di alcol e di dolore.

«Tutto il paese sapeva da anni che giocava sempre gli stessi numeri e quindi, erano tutti pronti a festeggiare. Ma quando un uomo ha un talento naturale, questo prevale sempre, anche sulla fortuna. Infatti, quell’uomo, per la prima volta in dieci anni, dimenticò di giocare la sua solita schedina proprio quel giorno. Forse perché aveva bevuto senza sosta per tutto il pomeriggio. Era impegnato, insomma» indicando la bottiglia «ed era convinto che la sua capacità di sbagliarsi, il suo talento era più forte di qualunque altra cosa.»

Scosse leggermente la bottiglia e fissò il liquido al suo interno. Alzò le spalle, deluso e seppe solo dire un mesto «Salute» prima di farsi un lungo sorso.

Sara osservò con tristezza la barba incolta che imperniava il suo viso e la mano che faceva fatica a tenere la bottiglia. Quando l’uomo finì di dire quelle cose, si accasciò su di un lato e iniziò rumorosamente a dormire. Sara si alzò e lo riguardò per un istante prima di andare. Pensava che quella era una storia talmente strana da non poter essere vera, o talmente vera da potersi definire strana.

Si sedette su di un muretto, si accese una sigaretta e si calmò.

 

Roberta Bellantuono per SUBCITY.it
 


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