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La Storia non esiste

6 Lug , 2013  

'Sitting on history'

Il docente spiega che la nostra concezione di Storia è basata sul sistema che comunemente utilizziamo per catalogare concezioni al fine di renderle più semplici: la storia non esiste.

“In antichità” prosegue “i romani non definivano la propria era Impero Romano, era semplicemente la loro contemporaneità”

Quando studiavo Storia nelle scuole dell’obbligo, i testi erano suddivisi per capitoli: c’erano I Sumeri e la Stele di Rosetta, c’erano gli Egizi, i Romani, il Medioevo (Primo e Tardo). C’erano le Guerre. Via via i testi divenivano più approfonditi, ma la classificazione delle epoche era pressappoco sempre la stessa, mutava qua e là di un Cesare o un Cavour.

“In futuro probabilmente catalogheranno la nostra quotidianità in un insieme sempre più generico come noi oggi dividiamo la Prima Rivoluzione Industriale dal Ventennio”

Ogni giorno della nostra vita, ogni ora spesa a far si che quello che siamo possa contribuire a qualcosa, potrebbe volgarmente essere riassunto col termine Prima Rivoluzione Web. Per quanto ne sappiamo, potremmo già far parte del 6000 Avanti Cristo Seconda Venuta e non rendercene conto, anche se dubito vivremo così a lungo. Tutti in classe si fanno i cazzi propri, forse sono l’unico che sta capendo cosa voglia cercare di dirci. MediaEvo, è questo il termine che mi pare più calzante. L’Impero Romano, d’altronde, per noi sono due parole in due secondi, ma è durato cinque secoli. I cittadini del Mondo del 5000 accorperanno ogni cosa dei miei giorni assieme al Muro di Berlino, a Verlaine e Baudelaire, alla Guerra nel Vietnam e alle infezioni da HIV e Aviaria in un unico capitolo da ripetere a memoria davanti ad una cattedra volante. Siamo informazioni da imboccare alle future generazioni, in un mondo dove non esisteranno più “buoni” o “cattivi” studenti, ma dove ogni allievo opportunamente dotato di porta USB potrà assimilare nozioni freeshare a 124000 kb\s. Stesso livello di cultura per tutti. Comunismo didattico.

“Man mano che il tempo si dilata, verranno costrette numeri sempre maggiori di informazioni in catalogazioni sempre più piccole, fino a che un giorno molto lontano, saremo proprio noi il capitolo successivo al Sacro Romano Impero”

I libri di Storia non cambiano forma, 100 pagine sono più che sufficienti per un bambino, quanto per un adolescente. Per uno di ieri quanto per uno di oggi. I piccoli studenti Babilonesi non avevano tavolette d’argilla da venti pagine perchè la loro storia era così attigua alla creazione dell’Universo. I giovani liceali tra cinque secoli non studieranno su volumi spessi 1 metro e 90. Ammesso che di volumi ancora si potrà parlare. E me li vedo in gita scolastica ad ammirare i quadri di Giger sulle piattaforme olografiche con una concezione dell’arte totalmente diversa, fatta di computer grafica e cinema 6D, con scene di amplessi che si concludono con gravidanze reali. Li guardo girare per le ville di Berlusconi come noi si visitano i mosaici di Piazza Armerina o la Reggia di Torino, commentando l’arredamento bislacco e disgustosamente retrò. Mia madre mi chiede come faccio a pensare queste cose assurde quando, a cena, le spiego che vorrei occultare una capsula del tempo.

“E dove?” mi chiede

Già, dove. Il muro lo scarto subito: tra quattro secoli della mia casa non resterà che un cm di intonaco. Seppellirlo magari.

“Non è detto” dice “che un domani riemergerà”

Cerco di spiegarle che non mi interessa che venga ritrovato, perchè comunque non farebbe differenza. Non è quello il punto. Il punto è che dietro ogni epoca o grande uomo del passato c’è un’umanità che non conta un cazzo. E che se neanche Cristo è riuscito ad entrare a far parte di qualcosa allora quel qualcosa non esiste. Perchè ad una civiltà aliena di Cristo non gliene fregherà niente. Allora è la Storia che non esiste. E forse il punto è che la Storia la fanno quelli come me, occultatori di capsule mai ritrovate, che di storia non raccontano quella di miliardi di persone, di costumi e abitudini che variano col tempo, ma solo una. La propria.

 Photo (Wikipedia Commons):
Sitting on history

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La Casa di Carta

6 Lug , 2013  

casa-di-carta-racconto

Un’altro Flusso di coscienza di Antonio Secondo, questa volta è l’abitante di una casa di carta 

Prima prova; State facendo la fila davanti a qualche sportello. Davanti a voi c’è un uomo di mezza età. L’uomo ha degli occhiali da vista dalla montatura scadente. Ha i capelli sale e pepe, radi. Inoltre, l’uomo ha il labbro leporino. Se la cosa che più vi colpisce nell’uomo è il labbro leporino, potete fare il pittore. Se vi colpisce il suo aspetto dismesso e provate tenerezza per lui, potete fare il poeta. Se cercate di capire che mestiere fa, potete fare il giornalista. Angelo Moscariello, Come si gira un film

 

La vita è dura nella casa di carta, anche se ci abito da pochi giorni. Mi sveglio con il fiato che si condensa, la fronte gelata. La finestra non ha gli scuri, solo una tenda che comunque non ce la fa a non lasciar passare il giorno. Così quando apro gli occhi, la prima cosa che posso vedere è proprio il mio alito bianco venir fuori dalla bocca.

 

Poi mi rannicchio sotto il piumone, immagino il ventre di mia madre, e dormo.

 

La casa di carta è piccola; in due ci si sta bene, ma se ci si incrocia nel piccolo corridoio si deve passare a turno. Non sarebbe male se non fosse tanto fredda. Se l’antenna TV funzionasse. Se la lavatrice non fosse distrutta. Se la lampadina nel frigo non fosse fulminata. Se la maniglia della finestra in camera non fosse bloccata. E una serie di altre cose.

Dal letto al bagno occorrono due passi e mezzo. Dei miei naturalmente, se volete sapere a quanto corrisponde per voi venite pure a fare una prova. Vi offro un caffè.

Il bagno è ricavato da un sottoscala, rivestito in polistirolo espanso, dei 2 mq complessivi solo mezzo è calpestabile perfettamente in piedi. Il lavandino è di quelli da bungalow, senza armadietto, solo con una mensolina-specchio su cui sbattere la testa quando ti sciacqui la faccia. Ogni sciacquata è un BANG, le poche cose sulla mensola tremano. Poi alzandoti batti il capo contro il polistirolo del soffitto, ti asciughi con un asciugamano già bagnato per l’eccessiva umidità della casa e sei pronto per un’altra giornata.

C’è chi lo definirebbe un inferno, ma io non ci sto poi tanto male. Forse posso fare il poeta. C’è chi sostiene che per essere un’artista non bisogna necessariamente soffrire. Io non la vedo così.
Diciamocelo: a chi importerebbe se descrivessi quanto è bello vivere in una casa col parquet, spaziosa, accogliente, calda e comoda. Dove la lavatrice di ultimo modello funziona e dove non devi infilare la testa nel frigo buio per distinguere la confezione di uova da quella del formaggio. Dove le finestre non piangono per l’umidità dei corpi.
Dove non ti ritrovi a scrivere tremolante per il freddo davanti ad un pc con lo schermo che condensa quando respiri, ciccando in un barattolo perchè non possiedi un posacenere. Ok, quest’ultimo errore mio.

Chiedo a Sara, il mio cane, se ha voglia di uscire e mi guarda disperata; nella cuccetta dietro la porta trema persino lei.

Fuori è una giornata di gennaio. Con le cuffie nelle orecchie tutto è come lo stai ascoltando.
Più lisergico con la Drum&Base.
Più romantico con i Black Tape For a Blue Girl.
Quando vivi nella casa di carta il rapporto tra dentro è fuori si assottiglia. Forse è solo una questione di clima, ma tutto quanto diventa casa tua.
Il fornaio, tabaccaio, macellaio… pure la zingara che chiede i soldi muove il collo e le braccia come in un balletto. Il cane caga sul cemento, guardando le auto scorrere poco dopo il marciapiede. Chiudo gli occhi mentre una vecchia col carrello mi sta venendo incontro e immagino un bivacco in pietra densa di calore, camino acceso, a 2100 mt sul livello del mare.

E’ la mia terapia, l’ho visto in un film che avete visto anche voi. Il cane ha finito e inizia ad andare, io ancora ad occhi chiusi mi lascio trainare immaginando di uscire dalla baita, calpestando i prati del bosco di faggi giusto fuori, tra i cinghiali in cerca di ghiande e le mandrie di cavalli.

“USI ‘VANOTTO A A ERDA A ASCIA I’?”

Apro gli occhi, la vecchia col carrello è davanti a me, gesticola, muove la lebbra. “come scusi?” le chiedo togliendo una cuffia Il cane la guarda.

“LA MERDA LA LASCIA LI’?”

Il cane mi guarda.
Io guardo la merda.

Nel tabaccaio c’è un bel tepore. Una stufa a gas piazzata sotto un piano d’appoggio per scommesse lavora piano ma bene. Sara ci si piazza davanti subito. Davanti il vetro per giocare al lotto c’è una fila di quattro cinque persone. Al terminale un ragazzo batte scontrini e incassa. Dietro il banco delle sigarette invece c’è un vecchio che legge la Gazzetta, e nessuno che aspetti di essere servito.
Inizi ad intuire che la gente ha un problema con il gioco quando nessuno fa più la fila delle sigarette. Il vecchio dice “prego” senza distogliere gli occhi dal giornale.

“Diana blu” chiedo

Le prende dallo scaffale dietro di lui senza guardare. Mi chiedo se sia paralizzato. Forse ha avuto un incidente ed è rimasto bloccato in quella posizione e per apparire meno ridicolo gli piazzano in mano un giornale ogni mattina. Mi fermo a scegliere una confezione di gomme. Una vecchia si avvicina lentamente.
Ha il Parkinson.
Appoggia sul banco un Gratta&Vinci da 3 euro e con l’altra mano avvicina una moneta. La malattia gratta i numeri, lei se ne sta ferma a guardare. Ci mette un po’, poi si volta al tabaccaio e gli chiede quanto ha vinto. Lui prende su il biglietto senza guardare e lo porta nel campo visivo.

“Nì vind nind signò”

Lei abbassa lo sguardo, la mano trema ancora.

“Dammene un altro” dice un pochetto rassegnata.

Lui lo stacca dalla serie nella maniera in cui sapete e glielo allunga. Piano piano la signora torna verso il piano con la stufa. Io pago le gomme, il cane sta seduto al suo posto, la vecchia gratta, vive in una casa fredda pure lei, con le pentole sporche e la naftalina nei cassetti, gratta, gratta, gratta per i soldi di cui nemmeno sa che farsi, perchè tanto vive sola e il suo tempo ormai l’ha fatto, dentro casa col cappotto a guardare le mani tremare, viola per il freddo, la bacinella nella doccia, tazze sporche nel lavabo, gratta, calze di lana, immondizia, gratta la signora, manco lo sa perchè, è la follia collettiva, è la noia di ogni giorno, gratta perchè pensa che se vince ne comprerà altri mille e forse più.

“Quanto ho vinto?”
“Tre euro signò”
“Dammene un altro”

Bukowski ha detto che chi scrive lo fa perchè non può trattenere quello che ha dentro, come quando hai lo stimolo di defecare. E’ l’una e un quarto di una mattina di gennaio. Nella casa di carta il cane trema nella cuccia. Sul tavolo assieme al computer con lo schermo che condensa c’è un pacchetto di Diana, il telefono e un libro. Le mie dita fredde che battono sui tasti spuntano dalle maniche della felpa. Fuori sirene e clacson, è un giorno qualunque nel mondo. E io non ce la facevo a non scrivere.

Photo: Antonio Secondo

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Start up: Buru-Buru e il Mecenatismo 2.0

5 Lug , 2013  

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Quattro chiacchiere con le mecenati della creatività artigianale

Ecco che abbiamo qui di fronte Sara, Lisa e Sara, le creatrici di Buru-Buru, innovativa startup che promuove la creatività artigianale attraverso la rete. Innanzitutto, grazie a nome di Subcity Magazine per averci concesso questa breve intervista e… per essere come noi  interessati ad occuparvi di tutte quelle realtà capaci di gettare lo sguardo al di là degli indicatori economici e attente allo sviluppo della Felicità interna lorda (F.I.L.)

Buru-Buru: Anche a noi piace questo vostro essere SUB, per non parlare della vostra attenzione al F.I.L.!

Sub: Ottimo, siamo sintonizzati allora. E adesso vi va spiegarci meglio come, dove e quando nasce Buru-Buru?

L-    Buru Buru nasce quasi un anno e mezzo fa nelle nostre teste e soprattutto nei nostri cuori. Dopo anni di esperienza nel settore culturale, soprattutto nell’organizzazione di festival e altre manifestazioni, ci siamo rese conto di essere circondate da artigiani, designers e artisti davvero capaci e appassionati, ma non in grado di trovare il tempo e le competenze per commercializzare i propri prodotti. Questo nonostante ci fossero moltissime persone – e vi assicuro che ne scopriamo ogni giorno di più – interessate a prodotti originali, artigianali e unici. Prodotti che in qualche modo rispondano ad esigenze del tutto personali. Della serie, voglio sentirmi speciale e dunque compro qualcosa che per me ha un valore davvero particolare.

Sub-    Googlando semplicemente “buru”, mi sono imbattuta in una strana creatura wikipediana : una particolare specie di rettile indiano, ormai estintasi. C’entra qualcosa col vostro nome?

L-    Diciamo che “googlando” è difficile venirne a capo. La parola “buru buru”, in diverse lingue, vuol dire impaurito o frettoloso e corrisponde anche ad un buffo animaletto giapponese, oltre che ad un quartiere di Nairobi. In realtà Buru Buru è per noi un modo d’essere e di interpretare il mondo che ci circonda. Buru Buru è sorpresa davanti a qualcosa di bello, ma soprattutto voglia di valorizzare le persone e le cose che meritano attenzione.

Sub- Il concetto di startup si lega a quello di sperimentazione : essendo un’impresa fatta di giovani cervelli in continuo fermento, immagino che ogni giornata di lavoro abbia –tra scartoffie e scadenze- il suo momento creativo improvviso. Qualche aneddoto sfizioso del quotidiano? Potreste descriverci una tipica giornata Buru-Buru?

L- Mmmm…ancora non riusciamo a definire la tipica giornata Buru. Ovvero ci piacerebbe tantissimo avere costanza e continuità nel nostro lavoro, ma abbiamo realmente compreso che nonostante gli sforzi organizzativi, è proprio impossibile. Dati gli ordini mai costanti, le idee nuove, i cambi di rotta dati dalla reazione degli utenti, gli stimoli esterni, è molto facile rendere altamente “briose” le nostre giornate. A volte anche leggermente stressanti. Nonostante tutto, vi stupiremo dicendovi che la cosa ci piace!

Sub- Attivissimi sui social, la vostra pagina FB è arrivata al traguardo dei 5000 like pochi giorni fa.  Inoltre, avete da poco terminato il contest su instagram #momentoburu : sono stati in molti a raccogliere questa “sfida” per accaparrarsi una vostra stampa. Adesso è già tempo di un nuovo giveaway in stile Buru-Buru per aggiudicarsi una shopper griffata “creatività”. Come sta procedendo questo nuovo contest?

L- Il contest si è chiuso oggi! E’ andato benissimo ed è stato il degno festeggiamento per l’apertura del nostro blog http://beburuburu.tumblr.com/ Diciamo che la questione contest e attività sui social in generale, ci sta davvero divertendo e dando grandi soddisfazioni. Mai state tanto estroverse come in questo periodo. Gran parte del merito del lavoro sui social e sul blog va a Benedetta, la nostra social media content FATINA!

Sub-    Sul vostro sito web viene opportunamente descritto il procedimento per “reclutare” gli artigiani che venderanno le proprie creazioni sulla vostra piattaforma : con i disegnini, a scanso di equivoci. Una semplicità efficace così come il design del sito stesso. Per la scelta di idoneità definitiva, vi basate su una valutazione collettiva o preferite assegnare ad ogni membro dello staff un particolare “settore creativo” (borse, stampe, accessori ecc)?

L-    Per noi c’è una sola unica buyer che fa un grossissimo ed egregio lavoro: la nostra Sara, ed è uno dei nostri punti di forza. Per le scelte e le selezioni definitive raccogliamo le proposte e le candidature e scegliamo insieme… anche se lo stile Buru Buru è già abbastanza delineato. Per quanto riguardano i disegnini e il design efficace uno special thanks va a Jonathan Calugi e Federico Landini, i creatori degli spazi bianchi, rosa e blu, riempiti efficacemente dai simpatici figuri.

Sub-    Abbiamo letto che Buru-Buru è approdata in quel di Milano per il Salone Internazionale del Mobile: prime impressioni e abbozzi per idee creative?

L-    Dico solo che è stata un’esperienza tanto stancante quanto interessante. Estremamente utile sotto diversi punti di vista.

Sub-    Il messaggio della vostra startup è forte e chiaro : “La creatività ha valore”.        Facile da sostenere, un po’ più difficile da concretizzare. Eppure Buru-Buru sta riuscendo in questa impresa. Mi direste quali sono stati i primissimi artigiani creativi che vi hanno colpito a tal punto dal far nascere e crescere in voi il desiderio di valorizzarne il lavoro?

L-     Quelli che ci hanno fatto venir voglia di sviluppare Buru Buru, sono stati soprattutto i nostri amici di FREeS.CO (http://frees-co.tumblr.com/) che vi garantisco realizzano progetti meravigliosi, ma che proprio non riescono ad organizzarsi per venderli. Parlo di loro come di tanti artcrafter con i quali abbiamo parlato personalmente. Professionisti degni e altamente capaci, in grado di superare per qualità e innovazione marchi ben noti, ma che presi dalla produzione e dalla passione non hanno proprio la testa per seguire la commercializzazione dei prodotti. Non avreste provato anche voi a dare valore a questi talenti?

Sub-    E si! E ora una domanda impertinente prima di lasciarvi andare: qualche ulteriore spoiler su progetti futuri?

L-    Se raccontiamo cosa succederà domani, che gusto c’è poi a viverlo? Siate sicuri che vi faremo sorridere. Be buru buru! Un grazie ed un in bocca al lupo alla Redazione di Subcity!!

Dove trovare Buru-Buru :

 

Photo(ilovegreen.it):
Buru Buru, perchè la creatività ha un valore

 

 

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MAFfin per ceNA: reinventarsi.

3 Lug , 2013  

reinventarsi-subcity

In tanti oramai parlano di crisi come opportunità, ma come si sa tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”. La storia di Silvio “Rikrea” è un concreto esempio del “reinventarsi”. 

Più di una volta personaggi pubblici hanno “conquistato” la licenza di consigliare i giovani su come sostenere questo chiacchierato tempo di crisi tramite il verbo ‘reinventare‘. Questa crisi che c’è e, forse, non solo economicamente secondo loro, dovrebbe ravvivare lo spirito di chi ha desiderio, ma anche di chi no, di corciarsi le maniche in arti e mestieri, magari, lasciati nel dimenticatoio da una generazione.

C’è chi spesso ricorda come, oggi, sia quasi un passaggio obbligato, dalle mode e dai costumi, frequentare un ateneo, con il conseguente sovradosaggio di richieste da neolaureati di poter esercitare ciò per cui hanno studiato. Senza entrare nel merito di cosa sia giusto desiderare, vorrei mostrare un diverso punto di vista, quello dalla parte opposta del “ponte dei se e dei ma” dove c’è l’istruzione che fa da tramite evolutivo nei rapporti, spina dorsale dell’identità di individuo e che posiziona il mondo del lavoro in equilibrio tra la passione, il soddisfacimento ed il guadagno.

 Un esempio potrebbe essere un uomo dallo spiccato talento artistico che sceglie di laurearsi in materia antropologiche per scendere ancora più nel profondo delle cose umane oppure, nel verso opposto, uno che il mondo lo giudicava dalle mille nozioni prese dai libri e che poi sceglie di passare le sue giornate carta vetra alla mano.

Questo ultimo ha il nome di Silvio Cantarella, che diventato Consulente Ambientale dopo tre anni di Diritto presso la facoltà di Giudisprudenza, decide di evolversi da se stesso e dalla sua professione, calandosi nei panni di un falegname. Se fra tutti lo scelgo come esempio è perchè ai miei occhi è una chiara dimostrazione di assenza di rigidità: lo studio non è un mezzo per porsi con sufficienza rispetto agli altri, ma per darsi la possibilità di fare tutto con intelligenza e precisione.

 Nel caso specifico, Silvio, guardandosi intorno e sbirciando il mondo del lavoro sin da quando era uno studente, sceglie di mantenere il suo legame a doppio filo con l’ambiente, ma con una mansione diversa e quindi inizia a “imparare il mestiere” di falegname all’interno di una fabbrica e da autodidatta. Questo lo porterà ad intraprendere un percorso più creativo ed ancora più vicino alle sue origini universitarie tanto da operare con il riciclo e con materiali a scarso impatto ambientale in una falegnameria accessibile ad ogni fascia di clientela.

Questo progetto, che sta per nascere e che avrà uno spazio tutto suo a Pescara, si chiamerà Rikrea. Simile al tema del ‘reinventarsi’, no?

Image (from Flickr):
Tim Douglas
Get Excited and Make Things Wallpaper (Deep Blue)

 

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Il Fact checking, i Fact checker e la loro piattaforma

3 Lug , 2013  

fact-checking

Come e dove si pratica il Fact checking

Le procedure di fact checking (o verifica dei fatti) prevedono il monitoraggio delle notizie attraverso la verifica delle fonti, dei documenti e  delle dichiarazioni dei soggetti coinvolti, sfruttando l’opportunità offerta dalla Rete e dal giornalismo civico. Attorno a questo modus operandi si costituiscono delle vere e proprie comunità i cui membri sono chiamati a partecipare ad una sorta di ecologia informativa. Ma la verifica delle fonti, delle dichiarazioni e dei fatti alla base della notizia non fa già parte del lavoro del giornalista, mi chiederete voi? Si, già ne fa parte. Ma dopo anni all’insegna di un’informazione superficiale e scorretta, di flash news e infotaiment, è necessario riappropriarsi dell’idea e dell’esigenza di un’informazione approfondita e di qualità, facendosi controllori di chi comunica il falso per negligenza o dolo. Inoltre, a causa dell’incursione prepotente del mercato nelle redazioni, le pratiche di costruzione della notizia sono state profondamente influenzate dal marketing, che preferisce dei fatti confezionati per essere venduti al grande pubblico a un’informazione attendibile, veritiera e di qualità. E a questa deriva dell’informazione bisogno reagire, divenendo parte attiva nel monitoraggio di chiunque pretenda di informarci, e a questo incita la pagina di presentazione della prima piattaforma italiana per il fact checking: “se hai ascoltato, letto, appreso una notizia o una dichiarazione che credi sia falsa, imprecisa, dubbia, da oggi puoi verificarla con il Fact cheking”. Factchecking.civiclinks.it è nata nel 2012 per opera della fondazione < Ahref ed è ispirata dai principi di accuratezza, imparzialità, indipendenza e legalità. Il funzionamento della piattaforma è molto semplice: dopo aver effettuato la registrazione si può proporre una notizia da verificare, corredata dal nome dell’autore e dalla fonte. Una volta ricevuto la richiesta di verifica, la comunità degli iscritti alla piattaforma si adopera per ricostruire i fatti e verificare le fonti utilizzate e, nel caso, correggere la notizia, per adeguarla agli alti standard di accuratezza, imparzialità, indipendenza e legalità che ogni notizia dovrebbe possedere fin dalla sua genesi. La comunità è composta da addetti ai lavori e semplici cittadini-giornalisti che si guadagnano sul campo la loro credibilità tramite dei livelli di reputazione, che attestano quanto la comunità della piattaforma ha fiducia del Fact cheker e ritiene affidabili i contenuti che produce.  

 Photo (from Deviantart.com): Check Mark and Box by ~babylonica

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I cibi McDonalds provocano assuefazione?

6 Giu , 2013  

Ronald-McDonalds violento su bambina

Un tossicodipendente è o non è il miglior consumatore possibile? Direi di si, vista la necessità che ha di assumere sempre maggiori quantità di “prodotto”, a causa dell’assuefazione provocata dalla sostanza stupefacente di cui è dipendente.

Un consumatore assuefatto è un individuo obbligato dal suo stesso organismo a comperare un prodotto e, di conseguenza, a far arricchire colui che lo produce e/o lo vende; questo la McDonalds corporation l’ha capito bene, vendendo una serie di insani prodotti alimentari comunemente chiamati trash food, capaci di provocare un alto grado di assuefazione e delle conseguenti malattie legate all’alimentazione come l’obesità e il diabete.

eccessiva produzione d’insulina di cui parliamo, viene chiamata dai medici “perversa”, e il suo funzionamento è ben riassunto dall’infografica qui sotto:

 

produzione "perversa" d'insulina

produzione “perversa” d’insulina

Immagine estratta da http://www.centrostudisalute.org

Ma perché quando il nostro organismo chiede nuovamente del cibo, dopo circa un’ora, ci viene spontaneo ingerire nuovamente il McCibo? “Quando si assumono i cosiddetti cibi spazzatura, ovvero cibi grassi, pieni di zuccheri (carboidrati) e poveri di fibre – mi informa la dietologa che ho contattato -, l’insulina è prodotta in quantità elevata e questo provoca una sorta di assuefazione, a cui corrisponde una sensazione di piacere e di appagamento legata al gusto di mangiare, spesso ingerendo le stesse pietanze che ci hanno saziato poco prima, perché piene zeppe di sale. Nei cibi molto saporiti, infatti, la dipendenza è provocata dall’alta quantità di sale, capace di caricare talmente tanto i sapori da assuefare il palato. Le patatine di McMenù sono un concentrato di sale e carboidrati, tanto per dirne una, ma anche il BigMac, il McChicken e tutti i loro simili non è che scherzano in fatto di grado di salinità. 

cibi mcdonalds assuefazione

produzione d’insulina normale

 

E allora, ecco spiegato il motivo per cui l’altro giorno, nel leggere i commenti entusiasti di alcuni lettori online de Il Centro, a seguito di un articolo che parlava dei posti di lavoro che avrebbe offerto la prossima apertura del McDonald a Pescara, a stento sono riuscito a trattenere il vomito.

 

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