Abruzio#2-Orizzonte degli eventi.

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2084 #2 – L’orizzonte degli eventi

16 Mar , 2014    Autore:   

Il secondo appuntamento con 2084, romanzo Sci-fi a puntate di Max Sanvitale:  siamo in Abruzio, la megalopoli di venti milioni di abitanti nata dalla fusione delle due regioni limitrofe ormai fuse da un’urbanizzazione selvaggia Lazio e Abruzzo. Il cemento ha sommerso tutto. Case, grattacieli, parchi divertimento, residence, hotel, depuratori, inceneritori, fabbriche, centri relax, campi da calcetto erano ovunque e solo i monti, perenni divisori naturali, non erano stati presi d’assalto.

L’orizzonte degli eventi.

Bevo. Bevo da ore, ormai.

Sono solo in una sterminata megalopoli di venti milioni di abitanti, formiche autistiche in un alveare senza fine. La vita appesa ai fili di un’esistenza negata, vivo una realtà aliena. L’Abruzio, la mia terra natia è divenuta una città-mostro che unisce due coste, due mari: l’Adriatico e il Tirreno. Il cemento e i rifiuti ricoprono quella che i nonni dei nostri padri chiamavano “campagna”. Sono cambiate tante cose. E l’instaurazione della dittatura del partito unico, il Credo Democratico, vent’anni fa non ha migliorato la condizione di nessuno. E bevo. Ma non voglio dimenticare, voglio ricordare. Mi lambicco il cervello nei labirinti della memoria.

Mi trovo allo “Chez Moi”, un bar del terzo settore, interrato nel secondo livello. Scolo la mia vodka/pesca/merda, l’ennesima di una notte fatta di false promesse.

“Domani smetterò” è una di quelle cose che si dice ogni volta che si è seduti sull’abisso.

È tardi, sono le 3.14. La clientela viene e va. Vedo puttane prezzolate, vecchi magnaccia attaccati alla bottiglia e alla cocaina. Ultraeccitati urlano, scherniscono le loro sottoposte. Un tossicodipendente in piena scimmia mi guarda attraverso, come fossi una statua di vetro. E poi ci sono quei due tipi ben vestiti che non mi staccano gli occhi di dosso. Come se fossi un animale raro. Come se fossi il guercio in una valle di ciechi. Sono arrivato a non credere più in nulla. Non credo in Dio. Perché un essere onnipotente sarebbe intervenuto, fermando i suoi figli dall’autodistruzione. Non credo nella politica che ci sta massacrando e togliendo tutto da prima che arrivasse il Credo Democratico al potere. Non credo nell’amore, perché in un mondo consumistico persino l’amore è diventato una merce di scambio. Sono solo, adesso sono le 3.27 e bevo ancora, attendendo di uscire per fumarmi una sigaretta, rimediare un po’ di roba verde e profumata e poi andare a casa. Casa? Ah, già dieci metri quadri, tutto incluso. Compresa padrona fittavola rompipalle.

Ancora una volta mi alzo stanco e alticcio dalla sedia, ancora una sera come tutte le altre sere dei miei ultimi cinque anni di lavoro in un’agenzia interinale del cazzo, in un sottolivello del cazzo. Vi avevo detto che non credo neanche nel mio lavoro? Barcollo, camminando malfermo verso l’uscita. Noto i due tizi ben vestiti squadrarmi. Guadagno l’aria esterna, i filtri commutatori impiantati nel setto nasale purificano i gas tossici presenti nell’aria, permettendomi di respirare. Mi accascio al muro. Vomito. Fa male, l’acido mi brucia la gola.

Una mano su una spalla mi scrolla, mi riprende.

Una voce che mi dice: «Va tutto bene?»

Rispondo che non era aria.

«Non è mai aria da queste parti e vista l’ora. Ha bevuto troppo. Venga, s’appoggi qui.»

Mi portano in spalla nei pressi di un ripiano in metallo. Mi stendo, il mondo mi gira intorno.

«La osserviamo rovinarsi da molto tempo.» mi dice una voce calda, rassicurante.

«Ah, sì?» Rispondo io.

«Sì, da oltre un anno.» replica la stessa voce di prima.

«E quindi? Lasciatemi in pace!» dico.

«Abbiamo un lavoro per lei, signore.»

«Ce l’ho già un lavoro» replico ruttando.

«Lo sappiamo e potrà continuare a tenerselo finché vorrà.»

«Ho già i miei problemi, non ne voglio altri…» rispondo.

«Non è stufo della realtà che la circonda?»

«Io sono stufo di qualunque realtà» dico brutalmente.

«Bere non è la soluzione, creda a noi. La RIL è la soluzione.»

«Cos’è la RIL? Un’azienda di cosmetici per casalinghe frustrate?» chiedo.

«Sa cos’è il Credo Democratico?»

«Leggo gli ologiornali» dico sempre più indebolito dalla sbronza, gli occhi semichiusi.

«Coraggio, si alzi. Adesso ci prenderemo noi cura di lei.»

Con le ultime forze rimaste, mi avvio con loro, non riesco a oppormi. Vedo un auto dai finestrini oscurati. La mia mente obnubilata percepisce come ultima cosa l’atterraggio morbido sui sedili posteriori. Così mi perdo nel nulla di una sbronza epocale.

 

 

 

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