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Un viaggio in Asia: Luang Prabang

6 Lug , 2013  

luang-prabang

Fabio è tornato da un viaggio in Asia, quante ne ha da raccontare! 

Navigando due giorni e due notti da Huay Xai, il viaggiatore giunge a Luang Prabang, perla del Laos, antica dimora di re ed imperatori, crocevia di chi attraversa la terra tra un fiume e la giungla. L’uomo che si avventura discendendo il Mekong vede il paesaggio cambiare poco a poco. Le rapide si susseguono creando solchi tra le rocce, formando curve sinuose come quelle di un serpente assonnato tra le capanne di legno arroccate sulle sponde, qui tronchi abbandonati nuotano piano su rivoli di onde.

Il viaggiatore giunge a Luang Prabang che è già l’imbrunire. Il fiume ormai scivola quieto, le prime luci dei focolari fanno capolino dietro il rosso della sera che tinge il Mekong, le barche si ritirano timide sulla riva, dove dalle scalinate di pietra giungono correndo bambini in calzoni ad abbracciare i padri di ritorno dalla pesca. Anche i viaggiatori vengono accolti percorrendo lentamente le vie della città, ed un sorriso che dice “Ciao!” spesso anticipa l’espressione della voce.
Attoniti, respirano un’atmosfera che non appartiene al mondo loro conosciuto.

Luang Pragang, strade lastricate e botteghe dalle luci soffuse, risate calde e passi che si muovono lenti, come la vita, qui, come in un sogno, un sogno in cui il tempo è dettato dal ritmo del sole e delle stelle e rimanerne indifferenti è come rifiutare le avances di una donna affascinante, che si prende premura di aspettarti sull’uscio di casa al calare della notte. Se un Dio esiste, lassù, nel creato, se un Dio esiste davvero da qualche parte, ha posato lieve il suo pensiero nelle menti degli abitanti di Luang Pragang, affinchè erigessero templi con l’odore del silenzio e giardini leggeri come ali e mercati pulsanti come cuori. Se un Dio esiste, ha edificato con mano di nuvola le cascate che si aprono nella giungla, lasciando al caso, per una volta soltanto, la curva che formano i cristalli d’acqua ricadendo nelle terrazze d’acqua, l’ipnotico gioco di luci che spunta tra le liane e gli alberi che arrivano fin quasi al pelo d’acqua.

Astuto, infingardo, dispettoso, ha tessuto all’uomo un dolce tranello: consegnargli un paradiso, un lembo di natura meravigliosa nel nulla della terra, angolo di mondo dove i ricordi possano crescere in leggerezza, e attendere paziente per vedere quanto potesse durare una bellezza immortale lasciata in mani mortali.

Photo: Fabio SPinozzi


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Linguaggi

2084 #1 – ESC

6 Lug , 2013  

Abruzio#1-MaxSanvitale.

Il primo appuntamento con 2084, romanzo Sci-fi a puntate di Max Sanvitale:  siamo in Abruzio, la megalopoli di venti milioni di abitanti nata dalla fusione delle due regioni limitrofe ormai fuse da un’urbanizzazione selvaggia Lazio e Abruzzo. Il cemento ha sommerso tutto. Case, grattacieli, parchi divertimento, residence, hotel, depuratori, inceneritori, fabbriche, centri relax, campi da calcetto erano ovunque e solo i monti, perenni divisori naturali, non erano stati presi d’assalto.

More…


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Linguaggi

Affronta la crisi, preparati al peggio, Be Hobo!

6 Lug , 2013  

BeHobo

 Mala tempora currunt e la povertà sembra ormai un fatto sempre meno evitabile.  E allora perché non affrontare la situazione preparandosi al peggio

 Be Hobo risponde proprio a questa necessità. Concepito come un brand, il progetto ideato dalla creativa pescarese Virginia Jukuki propone una serie di cartelli per mendicare che strizzano l’occhio alla moda e al design. Oggetti cult per il barbone che non deve chiedere mai (!!!), i cartelli della collezione Be Hobo permettono di non rinunciare allo stile anche in situazioni di indigenza. Se la situazione economica non migliora quindi non resta che prenderne atto e correre ai ripari preparandosi alla vita on the road tipica dei disoccupati vagabondi americani (hobo). Attraverso eventi, slogan pubblicitari di grande effetto e contest, Be Hobo si propone quindi di aiutare tutta una nuova generazione di poveri a prendere coscienza della propria condizione e ad arrendersi all’inesorabile destino.

Artista apprezzatissima per i suoi video d’animazione, Virginia Jukuki con Be Hobo torna a riflettere sul mondo del marketing quale espressione principale della società contemporanea. Il linguaggio pubblicitario diviene dunque lo strumento privilegiato per raccontare con uno sguardo sempre in bilico tra il cinico e il divertito, le contraddizioni e gli status symbol della generazione dei nuovi disagiati.

Il contest online “Sono così povero che…” svoltosi tra Gennaio e Febbraio 2013 ha rappresentato l’occasione per dare voce ai nuovi poveri. Le frasi migliori fornite degli utenti del web, giudicate su Facebook e dalla giuria Be Hobo hanno permesso ai loro autori di aggiudicarsi una tazza ed un cartello per cominciare a mendicare. Inoltre, il 9 Dicembre 2012 si è svolto a Pescara  il primo Be Hobo Day, durante il quale i partecipanti hanno potuto cimentarsi con l’elemosina prendendo in prestito i cartelli esposti. Per saperne di più visitate il sito del progetto http://www.behobo.it/e quello di Jukuki http://www.questononeunsito.it/

 

 

 


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Tre volte al giorno

6 Lug , 2013  

shower

Laura chiude la porta dietro di se assicurandosi che sia ben chiusa, gira con cura la chiave dentro la serratura e inserisce il chiavistello. Lascia la borsa sul tavolo della camera da pranzo e fa mente locale su quello che deve fare, vorrebbe mangiare qualcosa ma preferisce fare prima una doccia, poi penserà al pranzo se avrà tempo.

Purtroppo molto lavoro arretrato si è accumulato e vorrebbe approfittare di un pomeriggio libero per mettersi un po’ in pari con le scartoffie….conti, conti e ancora conti, cifre senza senso che si affastellano le une sopra le altre in quei fogli bianchi tutti uguali. Apre la cabina della doccia e nota che il bagno schiuma è ormai finito, apre il mobile e tira fuori un’altra bottiglia.

Torna in camera e lentamente si spoglia, prepara il cambio e lo lascia sul letto. Indossa la cuffia per i capelli, apre il getto d’acqua calda, deposita il contenuto della bottiglia sulle mani e lo sparge sul suo corpo. Strofina bene a lavar via questa lunga giornata, a fondo, quasi a consumare la pelle con forza.

“Ho portato la cartella con i conti della signora Bonifaci?” pensa. Impiegherà una nottata a finire tutto.

“Io con il greco litigo ogni volta che apro libro”, le dice Giulio.

“Eppure se a lezione stessi più attento, magari impareresti qualcosa”, gli risponde Laura.

Lui è già stato bocciato un anno al liceo, lei è la prima della classe.

“Verresti a casa mia oggi pomeriggio? Un po’ di ripetizioni non mi farebbero male”.

“Non lo so…ho anche io i compiti da fare”

“Ma una secchiona come te se li mangia con un braccio legato dietro la schiena, i compiti”.

“Ok, ma solo un oretta, va bene? Guardiamo giusto un po’ le traduzioni”.

“Grazie, e poi c’è mio fratello a casa”. Graziano, il fratello di Giulio, era già all’università e tutte le ragazze della loro scuola impazzivano per lui, anche Laura, ma solo un po’.

“Smettila scemo!”

“A più tardi allora”

Ha sempre quel leggero brivido di freddo ogni volta che passa dalla temperatura della doccia a quella del bagno, anche se è estate e fuori ci sono 40 gradi, la sua pelle è delicata. Vorrebbe lavarsi anche i capelli, ma non ha tempo per asciugare quella lunga cascata di capelli neri, ci vuole mezz’ora e ha troppo da fare, dovrà aspettare il week end per farlo e per ritagliare un po’ di tempo per se stessa. Dopo essersi asciugata per bene si veste, indossa giusto un top e un paio di pantaloncini: vuole stare comoda e non prevede di ricevere visite. Mangiare, deve mangiare qualcosa subito, sta morendo di fame…sua madre dice che lavora troppo e che sta dimagrendo a vista d’occhio. Lei si ferma un attimo di fronte allo specchio e pensa che la sua linea è assolutamente perfetta, lo è sempre stata. Un’insalata? Troppo leggera, ha fame, un bel piatto di spaghetti? No, non ha tempo, un panino veloce e succulento, deve avere degli affettati nel frigo,magari del formaggio. Addenta il suo pranzo mentre dà uno sguardo alle notizie del telegiornale. Del succo di frutta, poi deve iniziare a lavorare. Squilla il telefonino, chi sarà? Stefania.

“Ehi bella, che fai?”

“Mangio un panino poi ho del lavoro da finire”.

“Ma hai sentito che caldo?” “Si accidenti, sono già tutta ricoperta di sudore…”

“Questa sera? Andiamo all’inaugurazione di quel nuovo locale, quello di Gianni…lui sarebbe molto contento di vederti”.

“No, non riesco davvero, sapessi quanto ho da fare….e poi in che lingua te lo devo dire che Gianni non mi interessa?”

“Tu devi essere pazza, un uomo così affascinante, io farei carte false per uno come lui…mah, vedi un po’ tu….” “Beh, prenditelo è tuo! Ora devo andare sennò non inizio mai…ho fatto la sauna al telefono con te, un abbraccio, ci sentiamo”.

“Ok, a presto bella, un bacio…” Che stava facendo? Oddio che caldo! Laura si dirige verso il bagno, si toglie il top e i pantaloncini e li lascia sulla lavatrice, lascia scorrere il getto della doccia, si mette sotto il getto e chiude gli occhi coccolata dal tepore dell’acqua calda, sparge il doccia schiuma sulla sua pelle tergendola con dolcezza.

Laura preme il pulsante del citofono, la voce di Giulio le indica di salire al secondo piano.

“Ciao” lui l’accoglie con un sorriso e i timidi baffetti macchiati dalla panna.

“Ti trovavi al dolce?”

“Cosa…” si guarda rapidamente allo specchio dell’ingresso che si trova alle sue spalle, si pulisce imbarazzato e con un risolino la invita ad entrare.

“Con permesso”.

“Tranquilla, c’è solo mio fratello, è in camera sua con le cuffie che ascolta i Prodigy”. Laura lancia un rapido sguardo verso il corridoio sperando di intravvedere Graziano.

“Seguimi in salotto”. Il tavolo dell’ampia stanza è ricoperto di libri e quaderni alla rinfusa.

“Come fai a studiare con questo caos??”

“Il mio non è caos, è disordine organizzato!Vuoi qualcosa, un caffè, del succo…”

“No grazie, dai, mettiamoci al lavoro, non posso rimanere troppo.”

“Ah, sì giusto, ecco, ti faccio vedere dove ho difficoltà” Giulio apre il libro di testo e mostra la pagina dell’esercizio a Laura.

“Ecco vedi, ho difficoltà a tradurre questa parola THNE…”

Prima che il ragazzo finisca di leggerla alla compagna Graziano entra nella stanza.

“Ciao ragazzi!”

“Ben svegliato…lei è Laura, mi aiuta a fare i compiti”. Graziano le stringe la mano, Laura arrossisce.

“Piacere”, dice lui stringendogliela. Lui apre il frigorifero e prende una lattina di birra.

“Io sono in camera mia a studiare, non fate casino, ok?” Mentre se ne va lei lo segue con gli occhi.

“Dicevo questa parola..”

“Ah, sì…però dovrei andare un attimo in bagno”.

“Certo, è la prima porta in fondo al corridoio sulla destra.” “Torno subito”.

É da poco uscita dalla doccia, sta iniziando a guardare le sue scartoffie quando il telefono suona di nuovo. Non c’è proprio speranza che possa iniziare a lavorare. È un numero che non conosce.

“Pronto?”

“Ciao, ti stai preparando alla grande serata?”

“Chi sei?”

“Sono Gianni, ho chiesto il tuo numero a Stefania, mi ha pregato di convincerti a venire stasera all’inaugurazione del mio locale”.

“Ah, ciao, mi piacerebbe ma, come ho già detto a lei, ho del lavoro arretrato da sbrigare, sarà per un’altra volta, te lo prometto”

“Senza di te però non sarà la stessa cosa…mi sarebbe piaciuto passare la serata con te”.

“Ci sarà Stefania, lei non vede l’ora che venga stasera”.

“Non è la stessa cosa per me”.

“Senti ,in questo momento non ho né il tempo né la voglia di conoscere qualcuno e la prossima volta il numero chiedilo alla diretta interessata, dirò a Stefania che mi ha dato molto fastidio che te l’abbia dato senza chiedermi il permesso”.

“Accidenti, svegliata male questa mattina?”

“Va a quel paese”. Laura termina la chiamata, posa il telefonino sul tavolo per poi riprenderlo subito e spegnerlo, così è sicura che nessuno potrà disturbarla ancora.

Mentre cerca il bagno vede la porta di Graziano aperta, lui è sul letto con la lattina di birra in mano e un libro che sfoglia distrattamente. Lui la vede e le sorride.

“Ti sei persa?”

“Cerco il bagno”.

“Beh, non è decisamente nella mia stanza”. Lei ride timidamente.

“Entra un attimo”.

“Io veramente…”

“Dai non ti mangio mica”. Laura entra nella stanza disordinata e incasinata come quella di ogni ventenne. “BENVENUTA IN MIA CASA”, esclama lui. Foto sparse di rave party sui muri, puzza di fumo, la stanza di Graziano è tutt’altro che accogliente.

“Siediti qui sul letto”. Lei si siede di fianco a lui.

“Veramente io devo andare in bagno e poi finire i compiti, anzi non li abbiamo proprio iniziati”.

“C’è tempo dai, non fare la noiosa…certo che mio fratello ha gusto in fatto di ragazze, sei davvero molto carina”. Le mette una mano sul ginocchio, il cuore le va a mille, si alza di scatto e corre via dalla stanza. In silenzio prende di nuovo posto vicino a Giulio, non è nemmeno riuscita ad andare in bagno ma non fa niente. “Riprendiamo da quella parola”.

“Dov’era? Ho perso il segno… vabbé, guardiamo questi altri esercizi, salterà di nuovo fuori”.

Laura corregge i tanti errori che il ragazzo ha compiuto nello svolgimento dei compiti, gli spiega dove sbaglia con maggiore frequenza, crede che lui la stia ascoltando ma lo sorprende a fissarla assorto. Lui diventa tutto rosso e torna a guardare il quaderno. “Scusa…dicevi?” Graziano entra con due bicchieri d’aranciata.

“Qualcosa di fresco vi aiuterà a studiare”. Laura tiene gli occhi bassi, prende il bicchiere e ringrazia senza guardare Graziano in volto che si versa da bere e invita i due a brindare con lui. Laura è nervosa, non sa perché, finisce l’aranciata con pochi sorsi. Ha un sapore cattivo.

“Allora, cosa studiate di bello?”

“Greco…stavo giusto spiegando a tuo fratello come si..s…”

“Cosa gli stavi spiegando?” All’improvviso lei non riesce più ad articolare parola, le viene sonno, si sente svenire. Sente Giulio su di lei.

“Laura, Laura, stai bene?”

“Lasciala dormire, sta bene, non vedi?”

“A me non sembra che stia bene”.

“Lascia perdere fratellino…ascoltami…approfittane…”

“Che cosa vuoi dire?”

“Non vorrai rimanere vergine per sempre!”

Successivamente Laura non sente più nulla persa nel più nero dei sonni. Fortunatamente è già riuscita a svolgere più della metà del lavoro, sulla sua destra ha messo in ordine tutte le cartelle che ha già esaminato e con sollievo vede che la pila di quelle da controllare ancora è ben più piccola. Stare di fronte al Computer con questo caldo è una tortura. Va al frigo per prendere dell’acqua, nel tragitto vede il suo telefonino sul tavolo e decide di controllare le chiamate. Lo accende, beve un sorso d’acqua, sente il telefono squillare, due messaggi. Una chiamata di sua madre, un MMS. Una foto, Stefania e Gianni abbracciati, lui le tiene una mano su di un fianco, un breve testo: manchi solo tu. Decide di chiamare sua madre ma trova spento, in quel momento si rende conto di quanto sia tardi. Forse è meglio andare a dormire, non ce la fa più, ha ancora un paio di giorni per mettere tutto a posto, basterà rinunciare ad un altro po’ di vita sociale nel fine settimana, ma per lei non è un problema.

Laura si sveglia sul divano. È intorpidita, le gira la testa, nella stanza non c’è nessuno. Sente una fitta in mezzo alle gambe, guarda giù, c’è del sangue…si stringe le mani al ventre, le fa male. Lentamente si alza, cerca segni di vita in casa. Graziano è nella sua stanza, la vede.

“Ehi, stai bene? Sei svenuta, magari è stato il caldo…comunque se cerchi Giulio è uscito”.

“C..cosa…”

“Che hai lì? Forse dovresti cambiare marca di assorbenti!”

“Che cosa mi avete fatto…”

“Che intendi…io non so nulla…senti, tu non stai bene, forse è meglio che vai a casa”.

Lei non risponde, si gira e si dirige nella camera da pranzo, dove raccoglie le sue cose. Un quaderno è aperto su quella parola che il suo compagno di classe non riusciva a tradurre, la legge…THNESKEIN.

Sono le due, è proprio ora di andare a dormire. Si dirige verso il bagno, apre la cabina della doccia, apre il getto dell’acqua calda e lo accoglie su di sé. Si siede abbracciando le proprie gambe piegate, l’acqua sul suo corpo nudo le dona sollievo. Chiude gli occhi, tira indietro i lunghi capelli sciolti ora appesantiti dall’acqua, i suoi pensieri vengono interrotti da un improvviso ricordo, come un lampo, qualcosa che ricorda gli anni della scuola, greco le sembra… è una parola che, tradotta, significa morire.

 Photo (Wikipedia Commons):
Shower Towel


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La Storia non esiste

6 Lug , 2013  

'Sitting on history'

Il docente spiega che la nostra concezione di Storia è basata sul sistema che comunemente utilizziamo per catalogare concezioni al fine di renderle più semplici: la storia non esiste.

“In antichità” prosegue “i romani non definivano la propria era Impero Romano, era semplicemente la loro contemporaneità”

Quando studiavo Storia nelle scuole dell’obbligo, i testi erano suddivisi per capitoli: c’erano I Sumeri e la Stele di Rosetta, c’erano gli Egizi, i Romani, il Medioevo (Primo e Tardo). C’erano le Guerre. Via via i testi divenivano più approfonditi, ma la classificazione delle epoche era pressappoco sempre la stessa, mutava qua e là di un Cesare o un Cavour.

“In futuro probabilmente catalogheranno la nostra quotidianità in un insieme sempre più generico come noi oggi dividiamo la Prima Rivoluzione Industriale dal Ventennio”

Ogni giorno della nostra vita, ogni ora spesa a far si che quello che siamo possa contribuire a qualcosa, potrebbe volgarmente essere riassunto col termine Prima Rivoluzione Web. Per quanto ne sappiamo, potremmo già far parte del 6000 Avanti Cristo Seconda Venuta e non rendercene conto, anche se dubito vivremo così a lungo. Tutti in classe si fanno i cazzi propri, forse sono l’unico che sta capendo cosa voglia cercare di dirci. MediaEvo, è questo il termine che mi pare più calzante. L’Impero Romano, d’altronde, per noi sono due parole in due secondi, ma è durato cinque secoli. I cittadini del Mondo del 5000 accorperanno ogni cosa dei miei giorni assieme al Muro di Berlino, a Verlaine e Baudelaire, alla Guerra nel Vietnam e alle infezioni da HIV e Aviaria in un unico capitolo da ripetere a memoria davanti ad una cattedra volante. Siamo informazioni da imboccare alle future generazioni, in un mondo dove non esisteranno più “buoni” o “cattivi” studenti, ma dove ogni allievo opportunamente dotato di porta USB potrà assimilare nozioni freeshare a 124000 kb\s. Stesso livello di cultura per tutti. Comunismo didattico.

“Man mano che il tempo si dilata, verranno costrette numeri sempre maggiori di informazioni in catalogazioni sempre più piccole, fino a che un giorno molto lontano, saremo proprio noi il capitolo successivo al Sacro Romano Impero”

I libri di Storia non cambiano forma, 100 pagine sono più che sufficienti per un bambino, quanto per un adolescente. Per uno di ieri quanto per uno di oggi. I piccoli studenti Babilonesi non avevano tavolette d’argilla da venti pagine perchè la loro storia era così attigua alla creazione dell’Universo. I giovani liceali tra cinque secoli non studieranno su volumi spessi 1 metro e 90. Ammesso che di volumi ancora si potrà parlare. E me li vedo in gita scolastica ad ammirare i quadri di Giger sulle piattaforme olografiche con una concezione dell’arte totalmente diversa, fatta di computer grafica e cinema 6D, con scene di amplessi che si concludono con gravidanze reali. Li guardo girare per le ville di Berlusconi come noi si visitano i mosaici di Piazza Armerina o la Reggia di Torino, commentando l’arredamento bislacco e disgustosamente retrò. Mia madre mi chiede come faccio a pensare queste cose assurde quando, a cena, le spiego che vorrei occultare una capsula del tempo.

“E dove?” mi chiede

Già, dove. Il muro lo scarto subito: tra quattro secoli della mia casa non resterà che un cm di intonaco. Seppellirlo magari.

“Non è detto” dice “che un domani riemergerà”

Cerco di spiegarle che non mi interessa che venga ritrovato, perchè comunque non farebbe differenza. Non è quello il punto. Il punto è che dietro ogni epoca o grande uomo del passato c’è un’umanità che non conta un cazzo. E che se neanche Cristo è riuscito ad entrare a far parte di qualcosa allora quel qualcosa non esiste. Perchè ad una civiltà aliena di Cristo non gliene fregherà niente. Allora è la Storia che non esiste. E forse il punto è che la Storia la fanno quelli come me, occultatori di capsule mai ritrovate, che di storia non raccontano quella di miliardi di persone, di costumi e abitudini che variano col tempo, ma solo una. La propria.

 Photo (Wikipedia Commons):
Sitting on history


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La Casa di Carta

6 Lug , 2013  

casa-di-carta-racconto

Un’altro Flusso di coscienza di Antonio Secondo, questa volta è l’abitante di una casa di carta 

Prima prova; State facendo la fila davanti a qualche sportello. Davanti a voi c’è un uomo di mezza età. L’uomo ha degli occhiali da vista dalla montatura scadente. Ha i capelli sale e pepe, radi. Inoltre, l’uomo ha il labbro leporino. Se la cosa che più vi colpisce nell’uomo è il labbro leporino, potete fare il pittore. Se vi colpisce il suo aspetto dismesso e provate tenerezza per lui, potete fare il poeta. Se cercate di capire che mestiere fa, potete fare il giornalista. Angelo Moscariello, Come si gira un film

 

La vita è dura nella casa di carta, anche se ci abito da pochi giorni. Mi sveglio con il fiato che si condensa, la fronte gelata. La finestra non ha gli scuri, solo una tenda che comunque non ce la fa a non lasciar passare il giorno. Così quando apro gli occhi, la prima cosa che posso vedere è proprio il mio alito bianco venir fuori dalla bocca.

 

Poi mi rannicchio sotto il piumone, immagino il ventre di mia madre, e dormo.

 

La casa di carta è piccola; in due ci si sta bene, ma se ci si incrocia nel piccolo corridoio si deve passare a turno. Non sarebbe male se non fosse tanto fredda. Se l’antenna TV funzionasse. Se la lavatrice non fosse distrutta. Se la lampadina nel frigo non fosse fulminata. Se la maniglia della finestra in camera non fosse bloccata. E una serie di altre cose.

Dal letto al bagno occorrono due passi e mezzo. Dei miei naturalmente, se volete sapere a quanto corrisponde per voi venite pure a fare una prova. Vi offro un caffè.

Il bagno è ricavato da un sottoscala, rivestito in polistirolo espanso, dei 2 mq complessivi solo mezzo è calpestabile perfettamente in piedi. Il lavandino è di quelli da bungalow, senza armadietto, solo con una mensolina-specchio su cui sbattere la testa quando ti sciacqui la faccia. Ogni sciacquata è un BANG, le poche cose sulla mensola tremano. Poi alzandoti batti il capo contro il polistirolo del soffitto, ti asciughi con un asciugamano già bagnato per l’eccessiva umidità della casa e sei pronto per un’altra giornata.

C’è chi lo definirebbe un inferno, ma io non ci sto poi tanto male. Forse posso fare il poeta. C’è chi sostiene che per essere un’artista non bisogna necessariamente soffrire. Io non la vedo così.
Diciamocelo: a chi importerebbe se descrivessi quanto è bello vivere in una casa col parquet, spaziosa, accogliente, calda e comoda. Dove la lavatrice di ultimo modello funziona e dove non devi infilare la testa nel frigo buio per distinguere la confezione di uova da quella del formaggio. Dove le finestre non piangono per l’umidità dei corpi.
Dove non ti ritrovi a scrivere tremolante per il freddo davanti ad un pc con lo schermo che condensa quando respiri, ciccando in un barattolo perchè non possiedi un posacenere. Ok, quest’ultimo errore mio.

Chiedo a Sara, il mio cane, se ha voglia di uscire e mi guarda disperata; nella cuccetta dietro la porta trema persino lei.

Fuori è una giornata di gennaio. Con le cuffie nelle orecchie tutto è come lo stai ascoltando.
Più lisergico con la Drum&Base.
Più romantico con i Black Tape For a Blue Girl.
Quando vivi nella casa di carta il rapporto tra dentro è fuori si assottiglia. Forse è solo una questione di clima, ma tutto quanto diventa casa tua.
Il fornaio, tabaccaio, macellaio… pure la zingara che chiede i soldi muove il collo e le braccia come in un balletto. Il cane caga sul cemento, guardando le auto scorrere poco dopo il marciapiede. Chiudo gli occhi mentre una vecchia col carrello mi sta venendo incontro e immagino un bivacco in pietra densa di calore, camino acceso, a 2100 mt sul livello del mare.

E’ la mia terapia, l’ho visto in un film che avete visto anche voi. Il cane ha finito e inizia ad andare, io ancora ad occhi chiusi mi lascio trainare immaginando di uscire dalla baita, calpestando i prati del bosco di faggi giusto fuori, tra i cinghiali in cerca di ghiande e le mandrie di cavalli.

“USI ‘VANOTTO A A ERDA A ASCIA I’?”

Apro gli occhi, la vecchia col carrello è davanti a me, gesticola, muove la lebbra. “come scusi?” le chiedo togliendo una cuffia Il cane la guarda.

“LA MERDA LA LASCIA LI’?”

Il cane mi guarda.
Io guardo la merda.

Nel tabaccaio c’è un bel tepore. Una stufa a gas piazzata sotto un piano d’appoggio per scommesse lavora piano ma bene. Sara ci si piazza davanti subito. Davanti il vetro per giocare al lotto c’è una fila di quattro cinque persone. Al terminale un ragazzo batte scontrini e incassa. Dietro il banco delle sigarette invece c’è un vecchio che legge la Gazzetta, e nessuno che aspetti di essere servito.
Inizi ad intuire che la gente ha un problema con il gioco quando nessuno fa più la fila delle sigarette. Il vecchio dice “prego” senza distogliere gli occhi dal giornale.

“Diana blu” chiedo

Le prende dallo scaffale dietro di lui senza guardare. Mi chiedo se sia paralizzato. Forse ha avuto un incidente ed è rimasto bloccato in quella posizione e per apparire meno ridicolo gli piazzano in mano un giornale ogni mattina. Mi fermo a scegliere una confezione di gomme. Una vecchia si avvicina lentamente.
Ha il Parkinson.
Appoggia sul banco un Gratta&Vinci da 3 euro e con l’altra mano avvicina una moneta. La malattia gratta i numeri, lei se ne sta ferma a guardare. Ci mette un po’, poi si volta al tabaccaio e gli chiede quanto ha vinto. Lui prende su il biglietto senza guardare e lo porta nel campo visivo.

“Nì vind nind signò”

Lei abbassa lo sguardo, la mano trema ancora.

“Dammene un altro” dice un pochetto rassegnata.

Lui lo stacca dalla serie nella maniera in cui sapete e glielo allunga. Piano piano la signora torna verso il piano con la stufa. Io pago le gomme, il cane sta seduto al suo posto, la vecchia gratta, vive in una casa fredda pure lei, con le pentole sporche e la naftalina nei cassetti, gratta, gratta, gratta per i soldi di cui nemmeno sa che farsi, perchè tanto vive sola e il suo tempo ormai l’ha fatto, dentro casa col cappotto a guardare le mani tremare, viola per il freddo, la bacinella nella doccia, tazze sporche nel lavabo, gratta, calze di lana, immondizia, gratta la signora, manco lo sa perchè, è la follia collettiva, è la noia di ogni giorno, gratta perchè pensa che se vince ne comprerà altri mille e forse più.

“Quanto ho vinto?”
“Tre euro signò”
“Dammene un altro”

Bukowski ha detto che chi scrive lo fa perchè non può trattenere quello che ha dentro, come quando hai lo stimolo di defecare. E’ l’una e un quarto di una mattina di gennaio. Nella casa di carta il cane trema nella cuccia. Sul tavolo assieme al computer con lo schermo che condensa c’è un pacchetto di Diana, il telefono e un libro. Le mie dita fredde che battono sui tasti spuntano dalle maniche della felpa. Fuori sirene e clacson, è un giorno qualunque nel mondo. E io non ce la facevo a non scrivere.

Photo: Antonio Secondo


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Start up: Buru-Buru e il Mecenatismo 2.0

5 Lug , 2013  

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Quattro chiacchiere con le mecenati della creatività artigianale

Ecco che abbiamo qui di fronte Sara, Lisa e Sara, le creatrici di Buru-Buru, innovativa startup che promuove la creatività artigianale attraverso la rete. Innanzitutto, grazie a nome di Subcity Magazine per averci concesso questa breve intervista e… per essere come noi  interessati ad occuparvi di tutte quelle realtà capaci di gettare lo sguardo al di là degli indicatori economici e attente allo sviluppo della Felicità interna lorda (F.I.L.)

Buru-Buru: Anche a noi piace questo vostro essere SUB, per non parlare della vostra attenzione al F.I.L.!

Sub: Ottimo, siamo sintonizzati allora. E adesso vi va spiegarci meglio come, dove e quando nasce Buru-Buru?

L-    Buru Buru nasce quasi un anno e mezzo fa nelle nostre teste e soprattutto nei nostri cuori. Dopo anni di esperienza nel settore culturale, soprattutto nell’organizzazione di festival e altre manifestazioni, ci siamo rese conto di essere circondate da artigiani, designers e artisti davvero capaci e appassionati, ma non in grado di trovare il tempo e le competenze per commercializzare i propri prodotti. Questo nonostante ci fossero moltissime persone – e vi assicuro che ne scopriamo ogni giorno di più – interessate a prodotti originali, artigianali e unici. Prodotti che in qualche modo rispondano ad esigenze del tutto personali. Della serie, voglio sentirmi speciale e dunque compro qualcosa che per me ha un valore davvero particolare.

Sub-    Googlando semplicemente “buru”, mi sono imbattuta in una strana creatura wikipediana : una particolare specie di rettile indiano, ormai estintasi. C’entra qualcosa col vostro nome?

L-    Diciamo che “googlando” è difficile venirne a capo. La parola “buru buru”, in diverse lingue, vuol dire impaurito o frettoloso e corrisponde anche ad un buffo animaletto giapponese, oltre che ad un quartiere di Nairobi. In realtà Buru Buru è per noi un modo d’essere e di interpretare il mondo che ci circonda. Buru Buru è sorpresa davanti a qualcosa di bello, ma soprattutto voglia di valorizzare le persone e le cose che meritano attenzione.

Sub- Il concetto di startup si lega a quello di sperimentazione : essendo un’impresa fatta di giovani cervelli in continuo fermento, immagino che ogni giornata di lavoro abbia –tra scartoffie e scadenze- il suo momento creativo improvviso. Qualche aneddoto sfizioso del quotidiano? Potreste descriverci una tipica giornata Buru-Buru?

L- Mmmm…ancora non riusciamo a definire la tipica giornata Buru. Ovvero ci piacerebbe tantissimo avere costanza e continuità nel nostro lavoro, ma abbiamo realmente compreso che nonostante gli sforzi organizzativi, è proprio impossibile. Dati gli ordini mai costanti, le idee nuove, i cambi di rotta dati dalla reazione degli utenti, gli stimoli esterni, è molto facile rendere altamente “briose” le nostre giornate. A volte anche leggermente stressanti. Nonostante tutto, vi stupiremo dicendovi che la cosa ci piace!

Sub- Attivissimi sui social, la vostra pagina FB è arrivata al traguardo dei 5000 like pochi giorni fa.  Inoltre, avete da poco terminato il contest su instagram #momentoburu : sono stati in molti a raccogliere questa “sfida” per accaparrarsi una vostra stampa. Adesso è già tempo di un nuovo giveaway in stile Buru-Buru per aggiudicarsi una shopper griffata “creatività”. Come sta procedendo questo nuovo contest?

L- Il contest si è chiuso oggi! E’ andato benissimo ed è stato il degno festeggiamento per l’apertura del nostro blog http://beburuburu.tumblr.com/ Diciamo che la questione contest e attività sui social in generale, ci sta davvero divertendo e dando grandi soddisfazioni. Mai state tanto estroverse come in questo periodo. Gran parte del merito del lavoro sui social e sul blog va a Benedetta, la nostra social media content FATINA!

Sub-    Sul vostro sito web viene opportunamente descritto il procedimento per “reclutare” gli artigiani che venderanno le proprie creazioni sulla vostra piattaforma : con i disegnini, a scanso di equivoci. Una semplicità efficace così come il design del sito stesso. Per la scelta di idoneità definitiva, vi basate su una valutazione collettiva o preferite assegnare ad ogni membro dello staff un particolare “settore creativo” (borse, stampe, accessori ecc)?

L-    Per noi c’è una sola unica buyer che fa un grossissimo ed egregio lavoro: la nostra Sara, ed è uno dei nostri punti di forza. Per le scelte e le selezioni definitive raccogliamo le proposte e le candidature e scegliamo insieme… anche se lo stile Buru Buru è già abbastanza delineato. Per quanto riguardano i disegnini e il design efficace uno special thanks va a Jonathan Calugi e Federico Landini, i creatori degli spazi bianchi, rosa e blu, riempiti efficacemente dai simpatici figuri.

Sub-    Abbiamo letto che Buru-Buru è approdata in quel di Milano per il Salone Internazionale del Mobile: prime impressioni e abbozzi per idee creative?

L-    Dico solo che è stata un’esperienza tanto stancante quanto interessante. Estremamente utile sotto diversi punti di vista.

Sub-    Il messaggio della vostra startup è forte e chiaro : “La creatività ha valore”.        Facile da sostenere, un po’ più difficile da concretizzare. Eppure Buru-Buru sta riuscendo in questa impresa. Mi direste quali sono stati i primissimi artigiani creativi che vi hanno colpito a tal punto dal far nascere e crescere in voi il desiderio di valorizzarne il lavoro?

L-     Quelli che ci hanno fatto venir voglia di sviluppare Buru Buru, sono stati soprattutto i nostri amici di FREeS.CO (http://frees-co.tumblr.com/) che vi garantisco realizzano progetti meravigliosi, ma che proprio non riescono ad organizzarsi per venderli. Parlo di loro come di tanti artcrafter con i quali abbiamo parlato personalmente. Professionisti degni e altamente capaci, in grado di superare per qualità e innovazione marchi ben noti, ma che presi dalla produzione e dalla passione non hanno proprio la testa per seguire la commercializzazione dei prodotti. Non avreste provato anche voi a dare valore a questi talenti?

Sub-    E si! E ora una domanda impertinente prima di lasciarvi andare: qualche ulteriore spoiler su progetti futuri?

L-    Se raccontiamo cosa succederà domani, che gusto c’è poi a viverlo? Siate sicuri che vi faremo sorridere. Be buru buru! Un grazie ed un in bocca al lupo alla Redazione di Subcity!!

Dove trovare Buru-Buru :

 

Photo(ilovegreen.it):
Buru Buru, perchè la creatività ha un valore

 

 

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